Month: <span>December 2016</span>

Roche fiduciosa nei propri farmaci sperimentali per l’Alzheimer, nonostante il flop di Lilly

Roche sostiene che i propri farmaci in sviluppo la malattia di Alzheimer che hanno come bersaglio la beta-amiloide hanno ancora un potenziale, nonostante il recente fallimento dello studio con solanezumab, il farmaco di Eli Lilly che pochi giorni fa non ha centrato l’end point in uno studio cruciale di fase III.

Secondo un portavoce di Roche, la casa farmaceutica svizzera rimane "fiduciosa nei nostri programmi di sviluppo clinico e continua a valutare di due anticorpi in fase avanzata che colpiscono la beta-amiloide, crenezumab e gantenerumab." Il portavoce ha sottolineato che "crenezumab e gantenerumab sono distinti l'uno dall'altro, così come da altri farmaci sperimentali.".

Roche ha aggiunto che i suoi programmi di studi clinici tengono conto di lezioni dalla ricerca in corso nel settore, notando che stava indagando alte dosi di droga e anche il targeting pazienti in fase iniziale.

Gantenerumab
Gantenerumab è un anticorpo IgG1 pienamente umano progettato per legarsi con affinità subnanomolare ad un epitopo conformazionale che si trova sulle fibrille d beta amiloide. Il razionale terapeutico per questo anticorpo è che agisce centralmente smontando e degradando le placche amiloidi con il coinvolgimento della microglia e attivando la fagocitosi.

Nonostante il fallimento dello studio di Fase III SCarlet RoAD sono attualmente in corso 3 studi di Fase III. Uno di questi trial, sponsorizzato dalla Dominantly Inherited Alzheimer Network (DIAN), ne prevede l’impiego in 210 soggetti ad altissimo rischio di sviluppare demenza di Alzheimer per la presenza di particolari mutazioni geniche. I primi risultati sono attesi nel 2017.

Crenezumab
Crenezumab è una immunoterapia passiva in cui i pazienti sono trattati con anticorpi monoclonali che riconoscono specificamente peptidi Abeta. Crenezumab riconosce molteplici forme di aggregati Abeta, tra cui oligomerica e specie fibrillari e placche amiloidi con alta affinità, e Abeta monomerico con bassa affinità. Questo anticorpo umanizzato utilizza un backbone IgG4. Crenezumab è stato già indagato per il trattamento di pazienti con AD in precedenti studi di Fase II. Sebbene il farmaco abbia ottenuto risultati deludenti, i pazienti affetti da forme lievi della malattia hanno mostrato le risposte migliori. Per questo motivo, i ricercatori sperano che l'impiego precoce di crenezumab si riveli efficace per prevenire o ritardare i segni della demenza causata da Alzheimer.

Lo studio in questione verrà condotto su un campione di 300 individui, 200 dei quali, portatori della mutazione E280A, saranno randomizzati a ricevere una dose ogni 2 settimane di crenezumab o placebo per un periodo di 260 settimane. Gli altri 100 partecipanti, non affetti dalla mutazione E280A, verranno sottoposti solamente a placebo. Si prevede che la sperimentazione terminerà intorno all'anno 2021.

Crenezumab è in sperimentazione in studi clinici che arruolano pazienti con AD lieve e soggetti cosiddetti prodromici con alterazioni cognitive iniziali. Un trial di Fase III, denominato CREAD, e incentrato su questa tipologia di pazienti (n= 750) è stato avviato nel gennaio del 2015 e sarà completato solo nel 2021.

Lacosamide candidata come monoterapia di prima linea in pazienti adulti con epilessia di nuova diagnosi

Secondo uno studio pubblicato online su “Lancet Neurology”, il trattamento con lacosamide ha soddisfatto i criteri predefiniti di non inferiorità se posta a confronto con carbamazepina a rilascio controllato (carbamazepina-CR). Pertanto, secondo gli autori, lacosamide potrebbe essere utile come monoterapia di prima linea per i pazienti adulti con epilessia di nuova diagnosi.

«Sono necessarie ulteriori opzioni in monoterapia per trattare l'epilessia di nuova diagnosi nei soggetti adulti» affermano gli autori, coordinati da Michel Baulac, del Dipartimento di Neurologia dell’Hôpital de la Pitié-Salpêtrière di Parigi. «La selezione del primo farmaco antiepilettico è una delle decisioni più importanti per i pazienti con malattia di nuova diagnosi» sottolineano gli autori. «Dobbiamo scegliere un agente che sia insieme efficace, con buona tollerabilità, basso potenziale di interazioni farmacologiche, adattabile al profilo del paziente e alle sue comorbilità, in modo che si possa somministrare per molto tempo».

«L'epilessia è una malattia complessa multifattoriale e non tutti i pazienti risponderanno alle opzioni attualmente disponibili» proseguono. «Abbiamo pertanto valutato l'efficacia, la sicurezza e la tollerabilità di lacosamide come opzione in monoterapia di prima linea in questa popolazione di pazienti».

Il disegno dello studio a titolazioni progressive e periodi di stabilizzazione
In questo trial di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, di non-inferiorità, pazienti provenienti da 185 centri di epilettologia o neurologia generale in Europa, Nord America e nella regione Asia-Pacifico, di età compresa =/> 16 anni e con epilessia di nuova diagnosi sono stati assegnati in modo randomizzato in rapporto 1: 1, tramite un codice generato via computer, a ricevere una monoterapia di lacosamide o carbamazepina-CR due volte al giorno.

I pazienti, ricercatori e il personale addetto alla sperimentazione erano ciechi rispetto all’assegnazione del trattamento. Da dosi iniziali di 100 mg/die di lacosamide o 200 mg/die di carbamazepina-CR, la titolazione al primo livello target di 200 mg/die e 400 mg/die, rispettivamente, ha avuto luogo nel giro di 2 settimane.

Dopo un periodo di stabilizzazione di 1 settimana, i pazienti sono entrati in un periodo di valutazione di 6 mesi. Se si verificava una crisi, la dose veniva titolata al successivo livello target (400 o 600 mg/die per lacosamide e 800 o 1.200 mg/die per carbamazepina-CR) lungo 2 settimane con un periodo di stabilizzazione di 1 settimana: poi il periodo di valutazione di 6 mesi ricominciava.

I pazienti che hanno completavano 6 mesi di trattamento ed erano rimasti liberi da crisi entravano in un periodo di mantenimento di 6 mesi con la stessa dose. L'outcome primario di efficacia era la quota di pazienti rimasti liberi da crisi epilettiche per 6 mesi consecutivi dopo la stabilizzazione all'ultima dose stabilita. I criteri di non inferiorità predefiniti erano una differenza assoluta del -12% e relativa del -20% tra i gruppi di trattamento.

L’analisi dei dati e i risultati
Il trial è stato condotto tra l’aprile del 2011 e l’agosto del 2015. Sono stati assegnati in modo casuale al trattamento un totale di 888 pazienti: 444 pazienti trattati con lacosamide e 442 con carbamazepina-CR sono stati inclusi nel set di analisi completa (coloro che avevano assunto almeno una dose del trattamento in studio), e 408 e 397 soggetti, rispettivamente, sono stati inclusi nel set per-protocol.

Nel set completo di analisi, 327 (74%) pazienti del gruppo lacosamide e 308 (70%) del gruppo carbamazepina-CR hanno completato 6 mesi di trattamento, senza convulsioni. La percentuale di pazienti nel set di analisi completo prevista a 6 mesi senza crisi secondo il metodo di Kaplan-Meier è stata del 90% in chi assumeva lacosamide e del 91% in chi assumeva carbamazepina-CR (differenza assoluta per trattamento: -1,3%; differenza relativa di trattamento: -6,0%). I risultati delle stime di Kaplan-Meier sono stati simili nel set per-protocol (92% e 93%; -1,3% e -5,7%).

Eventi avversi emergenti dal trattamento sono stati riportati in 328 (74%) pazienti trattati con lacosamide e 332 (75%) trattati con carbamazepina-CR. Il profilo degli eventi avversi (AE) è stato paragonabile a quello osservato nei precedenti studi lacosamide, tra cui vertigini, mal di testa, affaticamento, sonnolenza e nausea. In 32 (7%) pazienti trattati con lacosamide e 43 (10%) con carbamazepina-CR si sono rilevati severi eventi avversi emergenti dal trattamento e 47 (11%) e 69 (16%) arruolati, rispettivamente, hanno avuto eventi avversi emergenti che hanno portato alla sospensione del trattamento.

Lacosamide è stato approvata come terapia aggiuntiva per il trattamento delle crisi epilettiche parziali negli adulti con epilessia (età =/> 17 anni negli Stati Uniti, età =/> 16 anni nella UE) e negli USA anche in monoterapia. Nella UE lacosamide non è attualmente approvata per uso come monoterapia. All'inizio di quest'anno, UCB ha presentato i dati all'Agenzia europea per i medicinali (EMA) per estendere l'autorizzazione all'immissione in commercio di lacosamide con l’inclusione della monoterapia, sostenendo ulteriormente l'efficacia e la sicurezza di questo trattamento.

Giorgio Ottone

Baulac M, Rosenow F, Toledo M, et al. Efficacy, safety, and tolerability of lacosamide monotherapy versus controlled-release carbamazepine in patients with newly diagnosed epilepsy: a phase 3, randomised, double-blind, non-inferiority trial. Lancet Neurology, 2016 Nov 23. [Epub ahead of print]

Deficit cognitivo, alterazione del comportamento, depressione e desiderio di morire in pazienti con sclerosi laterale amiotrofica.

Sono state valutate le relazioni tra misure cognitive, comportamentali, e psichiatriche / psicosociali in una coorte di pazienti con sclerosi laterale amiotrofica.

Ai pazienti diagnosticati di recente con sclerosi laterale amiotrofica certa o probabile sono state somministrate 7 misure standardizzate psichiatriche / psicosociali, tra cui il Patient Health Questionnaire ( PHQ ) per la diagnosi di depressione e la rilevazione del desiderio di morire.
The Cognitive Behavioral Screen ( CBS ) è stato utilizzato per classificare sia il deterioramento cognitivo che comportamentale ( funzione emotiva-interpersonale ).
E’ stata anche somministrata una versione per sclerosi laterale amiotrofica del Frontal Behavioral Inventory ( FBI ) e del Mini-Mental State Examination ( MMSE ).

Dei 247 pazienti inclusi, 79 pazienti ( 32% ) non avevano né deficit cognitivo né comportamentale, 100 ( 40% ) avevano deficit cognitivo, 23 ( 9% ) compromissione del comportamento, e 45 ( 18% ) avevano declino cognitivo e comportamentale in comorbidità.
La compromissione cognitiva, quando presente, era lieve per il 90% dei pazienti e grave per il 10%.
31 pazienti ( 12% ) avevano un disturbo depressivo maggiore o minore ( criteri DSM-IV ).

Il deficit cognitivo non è stato correlato a tutte le misure psichiatriche / psicosociali. Al contrario, i pazienti con compromissione comportamentale hanno riferito più sintomi depressivi, maggiore disperazione, stato d'animo negativo, e feedback più negativo dal coniuge o dalla persona che li assiste.
Il desiderio di morire non era correlato al deficit cognitivo o comportamentale.

In conclusione, anche se non è stata trovata alcuna associazione tra decadimento cognitivo e depressione o qualsiasi misura di stress, l’alterazione comportamentale è stata fortemente associata a sintomi e diagnosi di depressione, anche se raramente affrontata dai medici.
I pensieri sul suicidio non erano correlati a cambiamenti cognitivi o comportamentali, un risultato utile nel contesto del dibattito sulla morte medicalmente assistita. ( Xagena2016 )

Rabkin J et al, Neurology 2016; 87: 1320-1328

I sintomi depressivi a insorgenza tardiva aumentano il rischio di demenza nella malattia dei piccoli vasi.

È stato studiato in modo prospettico il ruolo dei sintomi depressivi sulla demenza per tutte le cause in una popolazione con malattia dei piccoli vasi, considerando l'età di insorgenza dei sintomi depressivi e le prestazioni cognitive.

Lo studio RUN DMC ( Radboud University Nijmegen Diffusion Tensor and Magnetic Resonance Cohort ) è uno studio prospettico di coorte effettuato su 503 adulti anziani con malattia dei piccoli vasi alla risonanza magnetica per immagini ( MRI ), senza demenza al basale ( 2006 ), con un follow-up di 5 anni ( 2012 ).

Il follow-up era disponibile per 496 partecipanti ( età media al basale 65.6 anni; tempo medio di follow-up 5.2 anni ).

La demenza per tutte le cause si è sviluppata in 41 partecipanti.

Il rischio di demenza a 5.5 anni è stato maggiore nei soggetti con sintomi depressivi ( hazard ratio, HR=2.7 ), indipendentemente dai fattori confondenti.
Questo dato era guidato da persone con sintomi dpressivi ad insorgenza tardiva.

La differenza di rischio cumulativo a 5 anni per la demenza è stata maggiore nei soggetti con sintomi depressivi che avevano alte prestazioni cognitive di base ( senza sintomi depressivi 0.0% vs sintomi depressivi 6.9%, log-rank P minore di 0.001 ) rispetto a coloro che avevano basse prestazioni cognitive al basale.

In conclusione, i sintomi depressivi ad esordio tardivo aumentano il rischio di demenza, indipendentemente dalla malattia die piccoli vasi.
Soprattutto nei soggetti con relativamente alta performance cognitiva, i sintomi depressivi indicano un rischio più elevato.
In contrasto con la prassi attuale, i medici dovrebbero monitorare le persone con sintomi depressivi che mostrano anche punteggi ai test cognitivi relativamente buoni. ( Xagena2016 )

van Uden IWM et al, Neurology 2016; 87: 1102-1109

Pazienti colpiti da ictus, nasce la Carta dei diritti per una cura migliore.

L'ictus è una delle principali cause di mortalità e una delle principali cause di disabilità. Oltre 17 milioni di persone nel mondo sono colpiti da ictus ogni anno (200mila in Italia) e sei milioni sono le vite perse per questa patologia. Ogni due secondi qualcuno è vittima di un ictus, indipendentemente dall'età o dal sesso. Dietro questi numeri, però, ci sono vite reali. Nasce la Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus che identifica gli aspetti della cura che sono importanti per tutti i pazienti colpiti da ictus e per i loro familiari, in tutto il mondo.

Nonostante queste statistiche sconcertanti, molte persone colpite da ictus non sono in grado di accedere alle cure, alla riabilitazione e al sostegno che potrebbero garantire maggiori possibilità di un buon recupero funzionale e una vita più sana, più produttiva e indipendente.

La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus è una priorità importante per la World Stroke Organization (Organizzazione Mondiale dell’Ictus). Questi diritti identificano gli aspetti della cura che sono importanti per tutti i pazienti colpiti da ictus e per i loro familiari, in tutto il mondo.

Già dieci anni fa nel Consensus Statement della World Stroke Organization era stato sottolineato che tutti i pazienti con ictus in Europa dovessero essere ricoverati e trattati in una Stroke Unit eppure non è ancora così per tutti e in Italia ne mancano all’appello circa il 50% rispetto al fabbisogno territoriale.

La Carta dei Diritti è uno strumento che può essere utilizzato per comunicare ciò che le persone colpite da ictus pensano sia più importante per il loro recupero. Molti aspetti di assistenza considerati importanti per le persone colpite da ictus e inclusi in questo documento, hanno dimostrato di ridurre la mortalità e la disabilità dopo ictus.

“L’ictus è la prima causa di disabilità in età adulta e può lasciare esiti neurologici come paresi di un lato del corpo, difficoltà di parola e della vista e causare l’insorgenza di epilessia e demenza vascolare” racconta la professoressa Valeria Caso Neurologa presso l’Ospedale Misericordia di Perugia e Presidente dell’European Stroke Organization “eppure molti dei 200mila casi che si verificano ogni anno in Italia sarebbero prevenibili, ad esempio monitorando e tenendo sotto controllo l’ipertensione arteriosa (che è un importante fattore di rischio) e la fibrillazione atriale; moderni ed avanzati sistemi di monitoraggio del ritmo cardiaco, talmente piccoli da poter essere impiantati sotto la pelle, permettono di controllare le alterazioni del cuore e stabilire una corretta terapia anticoagulante, abbattendo così il rischio di ictus e delle sue recidive.”

Lo hanno raccomandato anche i cardiologi europei nelle recentissime Linee Guida dell’European Society of Cardiology 2016 in cui è stato indicato che a seguito di un ictus criptogenico, quello di cui non è nota la causa primaria, è opportuno utilizzare un monitor cardiaco impiantabile per diagnosticare la Fibrillazione Atriale e se presente, ricorrere alla terapia con anticoagulanti orali con lo scopo di prevenire “recidive” ovvero un possibile secondo evento di ictus.

Recidive che impattano pesantemente sui dati epidemiologici con circa 39mila casi l’anno pari al 20% di tutti gli ictus.

La Carta dei Diritti della Persona Colpita da Ictus non è un documento legale ma è stata sviluppata da un gruppo di pazienti colpiti da ictus e familiari/assistenti di ogni regione del mondo che hanno completato i questionari atti a capire eventuali differenze ed esigenze peculiari nelle diverse parti del mondo. Le loro risposte hanno dimostrato che ciò che è considerato importante per il recupero dall’ictus non varia in funzione del paese di provenienza.

Epilessia, solo un bambino su tre risponde bene alle cure.

Discriminati e con pochi amici, perché ancora oggi il pregiudizio nei confronti dell’epilessia è grande. I bambini e gli adolescenti italiani che devono affrontare il cosiddetto ‘piccolo e grande male’ sopportano molte difficoltà a partire dalla terapia, che fila liscia solo in un caso su tre e spesso deve essere modificata per gestire meglio gli effetti collaterali, fino ad arrivare alla vita sociale, piena e appagante senza alcun ostacolo soltanto per uno su dieci.

Lo dimostrano i dati di un'indagine dell’ Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss, paidoss.it) presentata in occasione del 3° Forum Internazionale della Società Italiana Medici Pediatri, a Stresa dal 27 al 29 ottobre, secondo cui il 53 % dei genitori di piccoli epilettici teme un futuro di solitudine per i propri figli e appena uno su sei non ha pensieri riguardo al futuro.

L'indagine, condotta da Datanalysis intervistando 400 genitori di bambini e adolescenti malati di epilessia, è stata promossa da Paidòss per capire l’atteggiamento di mamme e papà nei confronti della malattia ma soprattutto per fare luce sulla vita di questi giovanissimi: in Italia ci sono circa 500 mila pazienti epilettici che crescono al ritmo di 32 mila nuove diagnosi l’anno, ma nel 60% dei casi la patologia si manifesta nell’infanzia.

“I dati raccolti confermano che in un caso su due la malattia è comparsa fra i 5 e i 14 anni, spesso con un episodio di convulsioni motorie improvviso e inatteso – spiega Giuseppe Mele, pediatra e presidente di Paidòss –. Si tratta di un’età difficile in cui affrontare una patologia che ancora troppi non conoscono e quindi temono: i pregiudizi sono tanti e i genitori li percepiscono nella vita quotidiana dei propri figli, a scuola e nello sport. Nel 57% dei casi l’integrazione scolastica è inadeguata per la mancanza di utili supporti e la percentuale sale al 63% al Sud e nelle isole: i bambini vengono ghettizzati e pochi, pochissimi hanno una vita sociale normale.

Solo il 12% dei piccoli ha molti amici, è ben integrato e non è vittima di pregiudizi, ma tutto ciò può compromettere il benessere di questi pazienti per lungo tempo a venire: non sentirsi accettati dagli altri, passare le proprie giornate in solitudine e magari non praticare uno sport perché allenatori e compagni di squadra temono di non riuscire a gestire eventuali crisi sono tutti elementi che minano la serenità in un periodo della crescita fondamentale per costruire la propria autostima e i propri modelli di comportamento sociale. Per fortuna il 53% dei piccoli pazienti è riuscito a crearsi un gruppo di amici selezionati con i quali si sente bene, ma sono ancora troppi i bambini e gli adolescenti malati esclusi a torto da una normale vita sociale: con l’epilessia si può convivere, le terapie sono efficaci e basta sapere come intervenire in caso di crisi per non correre rischi”.

La terapia tuttavia scorre senza problemi solo per un piccolo paziente su tre: il 35% manifesta effetti collaterali e il 25% deve cambiare regime di cura per gestire al meglio i sintomi.

“I trattamenti funzionano – prosegue Mele – ma i genitori percepiscono la ‘pesantezza’ di terapie lunghe e complesse e soprattutto sono molto sensibili di fronte ai possibili effetti collaterali, che non sono frequentissimi ma certo possono avere un impatto sulla qualità di vita dei bambini. I genitori mettono tutto il loro impegno alla ricerca di una normalità che la malattia e la sua terapia possono rendere un obiettivo difficile, e in questa sfida ritengono il pediatra di famiglia il più vicino e presente alleato: nel 56% dei casi il pediatra è stato il primo a fare la diagnosi e ad attivarsi per le successive terapie, soltanto il 27% ha demandato tutta la gestione allo specialista. Il pediatra è anche la fonte principale per informarsi sulla malattia secondo il 45% dei genitori, che anche se frequentano i social network per scambiare esperienze con altre famiglie ritengono il loro pediatra un punto di riferimento essenziale a cui rivolgersi per sapere tutto ciò di cui hanno bisogno; solo uno su cinque fa affidamento soprattutto su internet per informarsi.

Il pediatra può essere perciò il migliore alleato per la gestione della malattia, anche per alleviare le preoccupazioni per il futuro: anche se un genitore su tre nonostante le difficoltà spera in un cambiamento positivo con la crescita, l’84% è preoccupato perché pensa che per il proprio figlio ci sarà di fatto un futuro di solitudine, ostacoli e maggiori difficoltà per una reale integrazione. Un’alleanza stretta fra famiglia e medico può essere la chiave per superare paure e difficoltà, in una malattia che può essere gestita soprattutto se riusciremo finalmente a eliminare lo stigma che la contraddistingue nella società, facendo capire a tutti che questi bambini e ragazzi possono e devono avere una vita normale”.

Parkinson di recente insorgenza, statine sottoutilizzate nei pazienti con alto rischio vascolare.

Le statine sono sottoutilizzate nei pazienti con malattia di Parkinson (PD) di recente insorgenza rispetto a quelli con malattia cardiovascolare (CVD) evidente e ciò rappresenta un’opportunità perduta di un trattamento preventivo. È la conclusione di uno studio pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry.

Possibile ruolo neuroprotettivo degli inibitori dell’HmgCoA-reduttasi
«Più del 60% dei soggetti con PD di recente insorgenza presenta un rischio cardiovascolare elevato o medio meritevole di trattamento con statine e che si associa a un peggiore fenotipo motorio e cognitivo» sostengono gli autori della ricerca, guidati da Diane M. A. Swallow, dell’Institute of Neurological Sciences, Queen Elizabeth University Hospital, Glasgow (UK).

Al di là delle normali regole di prevenzione vascolare primaria e secondaria, «le statine» rilevano Swallow e colleghi «sono di particolare interesse nel PD come possibili neuroprotettori dato il loro ruolo benefico nell’attenuazione della risposta infiammatoria (compresa la produzione di fattore di necrosi tumorale-alfa, ossido nitrico e superossido), la riduzione dell’accumulo di alfa-sinucleina e l’alterazione della modulazione dei recettori dopaminergici D1/D2».

«La CVD influenza la variazione fenotipica del PD ed è abitualmente un’indicazione alla terapia con statine» spiegano gli autori. È meno chiaro, invece, se i fattori di rischio cardiovascolare influenzino il fenotipo del PD e se le statine siano prescritte appropriatamente.

Indagati i rapporti tra rischio vascolare, severità della malattia di Parkinson e fenotipo
L’obiettivo di questo studio multicentrico (condotto da prestigiosi istituti neurologici universitari britannici: da Oxford a Cambridge, dall’UCL di Londra a Cardiff e a Bristol) è stato esattamente quello di quantificare il rischio vascolare e l’uso di statine nel PD di recente insorgenza e, inoltre, valutare il rapporto tra rischio vascolare, gravità del PD e fenotipo.

I partecipanti allo studio sono stati arruolati in modo prospettico sia nell’UK Tracking Parkinson’s study sia nell’Oxford Parkinson’s Disease Centre (OPDC) Discovery study. Il rischio cardiovascolare è stato quantificando considerando il calcolatore QRISK2 (rischio elevato: =/> 20%; rischio medio: =/> 10% e < 20%; rischio basso: < 10%) la severità motoria e il fenotipo sono stati valutati utilizzando la ‘Movement Disorder Society Unified PD Rating Scale’ (UPDRS) e il ‘Montreal cognitive assessment’. La popolazione in studio era composta da 2.909 individui con PD di recente insorgenza, l’età media era di 67,5 anni, il 63,5% erano uomini e la durata media di malattia era di 1,3 anni. Il 33,8% dei casi aveva un rischio vascolare elevato, il 28,7% medio e il 22,3% basso, mentre il 15,2% dei casi aveva 1 CVD accertata. «L’aumento del rischio vascolare e la presenza di CVD sono risultati associati a un’età più avanzata (P < 0,001), a un peggiore score motorio (P < 0,001), a un maggiore decadimento cognitivo (P < 0,001) e a un peggiore fenotipo motorio (P = 0,0 21)» affermano i ricercatori. «Le statine» sottolineano Swallow e il suo team «sono risultate prescritte nel 37,2% dei soggetti ad alto rischio vascolare, nel 15,1% di quelli a medio rischio e nel 6,5% di quelli a basso rischio a confronto dell’uso di statine nei pazienti con CVD accertata pari al 75,3%». Ipotesi: prevenzione sia di eventi vascolari acuti sia di progressione del declino motorio «Gli effetti che abbiamo osservato relativi al rischio vascolare rispetto al fenotipo clinico del PD aumentano le prove che legano i fattori di rischio vascolare con un peggiore stato neurologico, già rilevato in piccoli studi precedenti» proseguono. «I casi di PD con diabete hanno una peggiore cognizione globale, un maggiore decadimento assiale e una più rapida progressione in termini di punteggi motori mentre i casi di PD con ipertensione hanno funzione esecutiva e memoria ritardata peggiorate». «Un’ampia popolazione di soggetti con PD di recente insorgenza presenta dunque un aumentato rischio cardiovascolare associato a una maggiore gravità motoria e cognitiva e a un maggiore decadimento assiale» ricapitolano gli autori, che continuano: «la terapia con statine è sottoutilizzata in questi casi, un dato che si differenzia rispetto ai tassi molto superiore d’uso di statine nei soggetti con PD e manifesta CVD. Un maggiore uso delle statine nei pazienti PD con aumentato rischio vascolare» concludono «potrebbe ridurre gli eventi cardiovascolare acuti ma potrebbe anche diminuire il danno cronico vascolare e, pertanto, rallentare la progressione del declino motorio». Swallow DM, Lawton MA, Grosset KA, et al. Statins are underused in recent-onset Parkinson's disease with increased vascular risk: findings from the UK Tracking Parkinson's and Oxford Parkinson's Disease Centre (OPDC) discovery cohorts. J Neurol Neurosurg Psychiatry, 2016;87(11):1183-1190.

Prevenzione primaria dell’ictus, efficace l’integrazione di acido folico in adulti ipertesi con ipercolesterolemia totale.

La presenza di elevati di elevati livelli di colesterolo totale possono modificare i benefici della terapia con acido folico in pazienti colpiti da un primo ictus. Inoltre la supplementazione di acido folico riduce il rischio di primo ictus associato a un’elevata colesterolemia totale del 31% tra soggetti adulti ipertesi senza storia di gravi malattie cardiovascolari. Sono i risultati principali di uno studio pubblicato su “Stroke”.

«L’ipercolesterolemia è un fattore di rischio ben noto per l’ictus. Vi è un notevole interesse nell’efficacia della terapia con acido folico nel ridurre il rischio di ictus associato all’ipercolesterolemia» scrivono gli autori, coordinati da Xianhui Qin, dell’Ospedale Nanfang dell’Università Medica Meridionale di Canton (Cina). «Inoltre» aggiungono «anche l’ipertensione è riconosciuta come un fattore di rischio maggiore e modificabile per ictus».

Sottoanalisi dello studio CSPPT: un ACE-inibitore come cartina di tornasole
Il CSPPT (China Stroke Primary Prevention Trial) è stato uno studio di comunità controllato randomizzato in doppio cieco che ha confrontato l’efficacia della combinazione di un ACE-inibitore (enalapril) più acido folico con il solo enalapril nel ridurre il rischio di primo ictus nella popolazione adulta cinese con ipertensione.
«In questo studio, che è una sottoanalisi di dati dal CSPPT, abbiamo voluto verificare se la supplementazione con acido folico potesse ridurre in modo indipendente il rischio di primo ictus associato con elevati livelli di colesterolemia totale» specificano gli autori.

Un totale di 20.702 adulti ipertesi senza storia di malattia cardiovascolare maggiore è stato assegnato in modo randomizzato a un trattamento in doppio cieco quotidiano con una compressa costituita da enalapril 10 mg e acido folico 0,8 mg oppure solo enalapril 10 mg. L'outcome primario era costituito dal primo ictus.

Risultati evidenti nei soggetti con elevati livelli di colesterolemia totale
La durata mediana del trattamento è stata di 4,5 anni. Per i partecipanti non in trattamento con acido folico (gruppo solo enalapril), un’elevata colesterolemia totale (=/>200 mg/dL) era un predittore indipendente di primo ictus rispetto a un bassa colesterolemia totale (La supplementazione di acido folico ha ridotto significativamente il rischio di primo ictus tra i partecipanti con elevata colesterolemia totale (4,0% nel gruppo solo enalapril contro 2,7% nel gruppo acido folico + enalapril; hazard ratio: 0,69; P <0,001; number needed to treat: 78), indipendente dai livelli di folati di base e altre covariate importanti. Al contrario, tra i partecipanti con bassa colesterolemia totale, il rischio di ictus è stato del 2,6% nel gruppo solo enalapril contro il 2,5% nel gruppo acido folico + enalapril (hazard ratio: 1,00; P = 0,982). L'effetto era maggiore tra i partecipanti con colesterolo elevato (P per interazione = 0,024). «Se confermati da ulteriori studi, gli elevati livelli di colesterolemia totale possono servire come indicatore per la supplementazione di acido folico o per un maggiore intake di folati nella prevenzione primaria dell’ictus in pazienti ipertesi» concludono Qin e colleghi. Giorgio Ottone Qin X, Li J, Spence JD, et al. Folic Acid Therapy Reduces the First Stroke Risk Associated With Hypercholesterolemia Among Hypertensive Patients. Stroke, 2016;47(11):2805-12.

 

Effetti avversi sul sistema nervoso centrale dei nuovi farmaci antiepilettici.

I Ricercatori dell’Unità di Neurologia dell’ospedale Piero Palagi di Firenze, hanno effettuato una revisione sistematica ed una meta-analisi dei più frequenti effetti avversi sul sistema nervoso centrale, dei nuovi farmaci antiepilettici.
I dati sono stati ottenuti da studi controllati, in doppio-cieco, add-on, condotti su pazienti adulti affetti da epilessia.

Sono stati identificati 36 studi.

Non è stato possibile effettuare la meta-analisi per l’Oxcarbazepina ( Tolep ) e per la Tiagabina ( Gabitril ), poiché per ciascun farmaco è stato individuato un solo studio clinico.

E’ emerso che il Gabapentin ( Neurontin ) era fortemente associato alla sonnolenza ( differenza dei rischi, RD=0.13 ) e alle vertigini ( RD=0.11 ); la Lamotrigina ( Lamictal ) era associata alle vertigini ( RD=0.11 ), all’atassia ( RD=0.12 ) e alla diplopia ( RD=0.12 ); il Levetiracetam ( Keppra ) era associato alla sonnolenza ( RD=0.06 ); il Pregabalin ( Lyrica ) alla sonnolenza ( RD=0.11 ), alle vertigini ( RD=0.22 ), all’atassia ( RD=0.10 ) e al senso di fatica ( RD=0.04 ); il Topiramato ( Topamax ) era associato alla sonnolenza ( RD=0.09 ), alle vertigini ( RD=0.06 ), al danneggiamento cognitivo ( RD=0.14 ) e alla fatica ( RD=0.06 ); la Zonisamide ( Zonegran ) era associata alla sonnolenza ( RD=0.6 ), alle vertigini ( RD=0.06 ).

Il confronto tra i farmaci non è stato possibile. Un evento avverso a livello del sistema nervoso centrale era significativamente più frequente per il Levetiracetam, due per la Zonisamide e per il Gabapentin, tre per la Lamotrigina, e quattro per il Pregabalin e il Topiramato. ( Xagena2008 )

Zaccara G et al, Seizure 2008

SLA, rischio ridotto da una dieta ricca in frutta e verdura ad alto tenore di antiossidanti e caroteni.

I responsabili della cura nutrizionale del paziente affetto da sclerosi laterale amiotrofica (SLA) dovrebbero promuovere l’assunzione di frutta e verdura, dal momento che sono ad alto contenuto di antiossidanti e caroteni, i quali sono risultati associati a migliori performance motoria e funzionalità respiratoria alla diagnosi. Lo dimostra uno studio pubblicato on-line su JAMA Neurology.

Il ruolo della nutrizione nello sviluppo della malattia del motoneurone
«Vi è un crescente interesse circa il ruolo della nutrizione e dei fattori ambientali nella patogenesi e nella progressione della SLA» spiegano gli autori, coordinati da Jeri W. Nieves, del Dipartimento di Epidemiologia della Mailman School of Public Health, Columbia University, New York.

«Vi è qualche prova che il rischio di SLA aumenti con un’aumentata assunzione di macronutrienti quali carboidrati, glutamato e grassi, e con un basso intake di micronutrienti che includono la vitamina E, gli acidi grassi omega 3 polinsaturi e i carotenoidi, così come la frutta e la verdura, sebbene tale rischio non sia stato dimostrato in modo costante negli studi» aggiungono.

«Precedenti ricerche suggeriscono che lo stress ossidativo sia associato con la patogenesi della SLA e vi è qualche prova che i fattori della dieta possono aumentare o potenzialmente ridurre lo stress ossidativo» proseguono. «Tali studi, peraltro, non hanno valutato se i nutrienti o i cibi sono associati con la performance SLA o la funzione respiratoria in fase precoce dopo la diagnosi».

Utilizzando i dati provenienti da uno studio sulla progressione della SLA, Nieves e colleghi hanno effettuato questa analisi per esaminare le associazioni tra l’intake di nutrienti, da un lato, e la performance funzionale e la funzione respiratoria, dall’altro, al momento dell’ingresso del paziente nello studio.

Condotta un’analisi trasversale al basale di uno studio di progressione
I ricercatori hanno condotto un’analisi trasversale al basale dell’Amyotrophic Lateral Sclerosis Multicenter Cohort Study of Oxidative Stress study, condotto tra il marzo del 2008 e il febbraio del 2013, in 16 cliniche specializzate nel trattamento della SLA in tutti gli Stati Uniti su 302 pazienti con sintomi della patologia della durata massima di 18 mesi.

L’assunzione di nutrienti è stata misurata utilizzando una versione modificata del Block Food Frequency Questionnaire (FFQ). Gli outcome principali erano costituiti dalla performance funzionale dei pazienti SLA, misurata con l’ALS Functional Rating Scale-Revised (ALSFRS-R), e dalla funzione respiratoria, misurata attraverso la percentuale di capacità vitale forzata predetta (FVC).

Erano disponibili i dati al basale di 302 pazienti affetti da SLA (età media: 63,2 anni [range interquartile: 55,5-68,0 anni]; 178 uomini e 124 donne). L’analisi di regressione dei nutrienti ha rilevato che un maggiore intake di antiossidanti e caroteni dalle verdure era associato a più elevati punteggi ALSFRS-R o percentuali CVF.

Gli indici pesati in modo empirico utilizzando il metodo della regressione della somma del quantile ponderato per gruppi di micronutrienti “buoni” e gruppi di alimenti “buoni” sono risultati positivamente associati con i punteggi ALSFRS-R (beta: 2,7 e 2,9, rispettivamente) e la percentuale FVC (beta: 12,1 e 11,5) con un p <0,001. Associazioni positive e significative con i punteggi ALSFRS-R (beta: 1,5; p =0,02) e la percentuale FVC (beta: 5,2; p = 0,02) sono state rilevate anche in analisi esplorative per vitamine selezionate (vitamina C, E, A, D).
I micro e macronutrienti associati a migliori indici funzionali alla diagnosi
«I micronutrienti maggiormente pesati associati al punteggio ALSFRS-R sono risultati nutrienti ritenuti essere forti antiossidanti: la luteina, la zeaxantina e gli acidi grassi omega-3» osservano gli autori. «I componenti dominanti associati con la percentuale FVC sono stati gli acidi grassi omega-3 e gli acidi grassi omega-6 e le fibre presenti nel grano, nei vegetali e nella frutta. I principali componenti dei cibi buoni erano uova, pesce, pollame, oli benefici e verdura».
Questi cibi – commentano Nieves e colleghi – forniscono antiossidanti e sono tipicamente associati a una dieta sana. Al contrario il latte e i cibi carnei sono risultati altamente pesati in associazione negativa con il punteggio ALSFRS-R, forse come risultato di un più elevato intake di grassi e per la potenzialità di questi cibi di favorire lo stress ossidativo.
«A nostra conoscenza, questo è uno dei primi studi che abbia valutato la dieta in associazione con le misure di performance funzionale in pazienti SLA in vicinanza del momento della diagnosi» affermano gli autori. «La coerenza dei risultati usando due differenti metodi statistici aggiunge forza ai risultati. Dati longitudinali saranno comunque importanti per confermare tutti i risultati di questo studio così come per valutare il ruolo della nutrizione nella progressione della SLA».
Inoltre, aggiungono, «nonostante precedenti studi abbiano associato l’assunzione di cibi e nutrienti sani a un ridotto rischio di SLA, per la prima volta abbiamo dimostrato che i nutrienti antiossidanti sono associati a migliori performance funzionale e funzione respiratoria al momento della diagnosi».
«Antiossidanti, caroteni, frutta e verdura sono dunque risultati associati con una maggiore performance funzionale nei pazienti SLA al basale secondo la regressione degli indici di nutrienti e l’analisi della somma di regressione quantile ponderata. Infine» concludono gli autori «abbiamo dimostrato l’utilità del metodo di regressione della somma di quantile ponderato nella valutazione della dieta».
Nieves JW, Gennings C, Factor-Litvak P, et al. Association Between Dietary Intake and Function in Amyotrophic Lateral Sclerosis. JAMA Neurol, 2016 Oct 24. [Epub ahead of print]

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