Month: <span>September 2017</span>

Alzheimer: con aducanumab la riduzione della placca amiloide prosegue fino a 36 mesi

Biogen ha annunciato i risultati di una recente analisi dell’estensione a lungo termine (LTE) dello studio di fase 1b su aducanumab, il trattamento sperimentale per la malattia di Alzheimer allo stadio precoce.
Le analisi aggiornate includono dati riguardanti il periodo controllato verso placebo e la LTE per i pazienti trattati con aducanumab fino a un massimo di 24 mesi, nella coorte che ha effettuato la titolazione e fino a un massimo di 36 mesi nelle coorti a dose fissa.

I risultati sono in linea con quanto emerso dalle precedenti analisi dello studio di fase 1b attualmente in corso e supportano il disegno degli studi di fase 3 in corso di svolgimento su aducanumab per la malattia di Alzheimer in fase precoce.

Lo studio di fase 1b è uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo, a dosi multiple, volto a valutare la sicurezza, la tollerabilità, la farmacocinetica (PK), la farmacodinamica (PD) e gli effetti clinici di aducanumab nei pazienti con malattia di Alzheimer in fase prodromica o di grado lieve. Lo studio prevede la somministrazione fissa del farmaco a una dose fissa di 1, 3, 6 e 10 mg/kg e un braccio con un regime di titolazione.

Estensione a lungo termine di fase 1b
I pazienti che avevano completato il periodo controllato verso placebo di 54 settimane dello studio di fase 1b potevano scegliere se proseguire con la LTE.
Le nuove analisi includono 143 pazienti rimasti nella LTE. Le coorti della LTE sono popolazioni di piccole dimensioni:
• Pazienti (n = 18) inizialmente randomizzati al regime di titolazione di aducanumab nel periodo controllato verso placebo di 12 mesi e trattati fino a 24 mesi
• Pazienti (n = 69) inizialmente randomizzati a ricevere aducanumab alla dose di 3, 6 o 10 mg/kg e trattati fino a 36 mesi
• Pazienti (n = 48) randomizzati a ricevere placebo o aducanumab 1 mg/kg nel periodo controllato verso placebo, poi passati ad aducanumab 3 mg/kg o a un regime di titolazione di 3-6 mg/kg nella LTE e trattati fino a 24 mesi
• Pazienti (n = 8) randomizzati a ricevere placebo nel periodo controllato verso placebo, poi passati a un regime di titolazione di aducanumab di 1-3-6-10 mg/kg nella LTE e trattati fino a 12 mesi
Nella LTE di fase 1b, gli eventi avversi riportati più comunemente erano cefalea, caduta e anomalie di imaging correlate all’amiloide (ARIA). Dei 185 pazienti trattati con aducanumab nello studio di fase 1b, 46 pazienti hanno riportato ARIA-E (edema). Non sono stati osservati nuovi casi di ARIA-E nei pazienti che hanno proseguito il trattamento alla stessa dose di aducanumab.

L’incidenza di ARIA-E nei pazienti passati dal placebo ad aducanumab era coerente con l’incidenza riportata nella porzione controllata verso placebo dello studio di fase 1b. Sei pazienti hanno sperimentato più di un episodio di ARIA-E. Questi eventi ricorrenti erano in linea con altri eventi ARIA riportati sino a quel momento; erano in genere asintomatici e la maggior parte dei pazienti ha proseguito lo studio.

Nei pazienti trattati fino a 24 mesi nella coorte di titolazione, la riduzione della placca amiloide misurata tramite tomografia a emissione di positroni (PET) era coerente con i risultati dose- e tempo-dipendenti osservati nelle coorti a dose fissa. Le analisi degli endpoint clinici esplorativi, i punteggi CDR-SB (Clinical Dementia Rating sum of boxes) e MMSE (Mini-Mental State Examination), erano coerenti con i risultati delle coorti a dose fissa e suggeriscono un beneficio continuo sulla velocità di declino clinico durante il secondo anno di trattamento.
Nei pazienti trattati fino a 36 mesi, la placca amiloide misurata tramite PET ha continuato a diminuire in maniera dose- e tempo-dipendente, e nella coorte alla dose fissa di 10 mg/kg ha raggiunto e mantenuto un livello considerato inferiore al cut-point quantitativo che distingue tra una scansione positiva e una negativa. A 36 mesi, le analisi degli endpoint clinici esplorativi CDR-SB e MMSE suggeriscono un beneficio continuo sulla velocità di declino clinico durante il terzo anno di trattamento.

Studi clinici di fase 3
Aducanumab è attualmente oggetto di valutazione nell’ambito di due studi internazionali di fase 3, gli studi ENGAGE e EMERGE, disegnati per valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco nel rallentare il deterioramento cognitivo e la progressione della disabilità nelle persone affette da malattia di Alzheimer allo stadio precoce.

Informazioni su aducanumab
Aducanumab è un farmaco sperimentale in fase di sviluppo per il trattamento della malattia di Alzheimer allo stadio precoce. Aducanumab è un anticorpo monoclonale (mAb) umano ricombinante derivato da una libreria de-identificata di cellule B prelevate da soggetti anziani sani senza segni di deterioramento cognitivo o da soggetti anziani con compromissione cognitiva con un declino cognitivo insolitamente lento, utilizzando la piattaforma tecnologica di Neurimmune, chiamata Reverse Translational Medicine (RTM). Biogen ha brevettato aducanumab da Neurimmune nell’ambito di un accordo di sviluppo e licenza collaborativo.

Si ritiene che aducanumab colpisca le forme aggregate di beta amiloide, compresi gli oligomeri solubili e le fibrille insolubili formatisi nella placca amiloide del cervello dei pazienti affetti da malattia di Alzheimer. Sulla base dei dati preclinici e di fase 1b finora raccolti, il trattamento con aducanumab ha dimostrato di ridurre i livelli delle placche amiloidi.

Nell’agosto del 2016 aducanumab è stato inserito nel programma PRIME dell’Agenzia europea dei medicinali. Nel settembre del 2016 la U.S. Food and Drug Administration ha accettato di inserire aducanumab nel suo programma Fast Track e nell’aprile del 2017 aducanumab è stato accolto nel Sakigake Designation System del Ministero giapponese della salute, del lavoro e del welfare (MHLW).

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/alzheimer-con-aducanumab-la-riduzione-della-placca-amiloide-prosegue-fino-a-36-mesi-24719

Epilessia tumorale si combatte con i farmaci di nuova generazione in centri multidisciplinari

Il 35-70% delle persone con neoplasia cerebrale soffre anche di epilessia tumorale e necessita di un approccio multidisciplinare per una cura ottimale sia dell’epilessia che del tumore. E’ quindi importante che i pazienti siano presi in carico da centri di riferimento regionali dove è disponibile un team multidisciplinare. E’ importante, altresì, che tutti i centri specialistici “facciano rete” e che i piccoli centri siano in stretto contatto con quelli nazionali.

Il trattamento d’elezione per l’epilessia secondaria a tumori cerebrali è rappresentato dagli antiepilettici di nuova generazione, tuttavia particolare attenzione dovrebbe essere rivolta alle donne per la particolare suscettibilità agli effetti collaterali degli antiepilettici.

Questi i risultati di un recente studio di coorte retrospettico multicentrico nazionale, pubblicato su Plos One, condotto dal gruppo di studio Epilessia e Tumori Cerebrali della Lega Italiana Contro l’Epilessia-LICE, coordinato dal Centro per la cura dell’ Epilessia tumorale dell’Istituto Regina Elena di cui è responsabile Marta Maschio in collaborazione con il Centro Epilessia dell’Ospedale S.S. Giovanni e Paolo di Venezia, diretto da Francesco Paladin.

In Italia esistono numerosi centri dedicati alla cura dell’ epilessia. 35 sono quelli aderenti al gruppo di studio sull’Epilessia secondaria a tumori cerebrali. L’obiettivo dell’ultimo lavoro scientifico del gruppo, è stato quello di sistematizzare e organizzare le informazioni sul numero dei pazienti con epilessia da tumore cerebrale afferenti ai vari centri in Italia e sul tipo di cura che ricevono.
Sono stati coinvolti oltre 800 pazienti tutti in trattamento con antiepilettici e seguiti per almeno un mese, provenienti da 26 centri su tutto il territorio nazionale.

“I risultati dello studio – spiega Marta Maschio – hanno evidenziato che il tumore più frequente era il glioblastoma. Quasi il 50% dei pazienti al termine del follow-up era ancora in terapia con il primo antiepilettico ricevuto e il 75% era libero da crisi. Il fattore prognostico più favorevole è stato l’utilizzo di antiepilettici di ultima generazione, non induttori enzimatici. E’ emerso inoltre che le donne, rispetto agli uomini, tendono a interrompere più frequentemente il primo farmaco a causa proprio degli effetti collaterali.”

Levetiracetam è risultato il farmaco più utilizzato, seguito da oxcarbazepine, fenobarbitale e carbamazepina.

“I pazienti con epilessia da tumore cerebrale – conclude Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena – sono spesso costretti a prendere molte terapie, che possono essere gravate da possibili effetti collaterali che influenzano negativamente la percezione della qualità della vita. E’ quindi importante che lo studio abbia valutato anche gli effetti collaterali nella scelta di un antiepilettico, non considerando solo l’efficacia come fondamentale criterio di scelta.”

I risultati dello studio hanno diverse implicazioni per la pratica clinica: a) i pazienti con epilessia conseguente a tumori cerebrali dovrebbero essere inviati a centri di riferimento regionali dove è disponibile un team medico e infermieristico multidisciplinare; b) i piccoli centri dovrebbero rimanere in stretto contatto con i principali centri attraverso una rete nazionale; c) dovrebbe essere preferito l’uso di levetiracetam o di altri antiepilettici non induttori enzimatici; d) Particolare attenzione dovrebbe essere prestata alle donne per un’aumentata possibilità di reazioni avverse ai farmaci.

Maschio M, Beghi E, Casazza MML, Colicchio G, Costa C, Banfi P, et al. (2017) Patterns of care of brain tumor-related epilepsy. A cohort study done in Italian Epilepsy Center. PLoS ONE 12(7): e0180470. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0180470

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-tumorale-si-combatte-con-i-farmaci-di-nuova-generazione-in-centri-multidisciplinari-24633

Prevenire l’Alzheimer quando si è ancora mentalmente sani. Sarà possibile?

Quantità più elevate di amiloide nel cervello di soggetti anziani sono associate, con maggiore probabilità, ad un più rapido declino cognitivo suggestivo della malattia di Alzheimer. È quanto si osserva in uno studio pubblicato su JAMA in cui gli autori considerano le placche amiloidi un fattore di rischio per l’Alzheimer, anche se i risultati hanno un valore clinico ancora incerto.

Lo studio presenta l’amiloide come parte della malattia, il precursore prima che si manifestino i sintomi; “Questo studio sta cercando di sostenere il concetto che la malattia inizi prima dei sintomi, ponendo le basi per condurre interventi precoci”, ha dichiarato il dottor Michael Donohue, del Alzheimer’s Therapeutic Research Institute, Department of Neurology, University of Southern California, San Diego, e autore principale dello studio.

La malattia inizia prima dei sintomi
I ricercatori sostengono che il periodo di incubazione con placche amiloidi elevate, che corrisponderebbe alla fase asintomatica, potrebbe durare più a lungo dello stadio di demenza.
“Per avere un più grande impatto sulla malattia, dobbiamo intervenire il più presto possibile sull’amiloide, la causa molecolare che sta alla base”, ha dichiarato il dottor Paul Aisen, autore senior della ricerca, “Questo studio ci porta all’idea che elevati livelli di amiloide si trovino in una fase precoce dell’Alzheimer, il che potrebbe essere una tappa appropriata per la terapia anti-amiloide”.

I ricercatori hanno paragonato la placca amiloide nel cervello al colesterolo nel sangue; questi potrebbero essere silenti, con poche manifestazioni esterne fino a rivelarsi in un evento tragico. La cura potrebbe ostacolare la risultante malattia, la malattia di Alzheimer o l’infarto, mentre una diagnosi tardiva potrebbe lasciare segni irreversibili e sarebbe troppo tardi per iniziare un trattamento.
Sia il dottor Aisen che il dottor Donohue sperano che eliminare l’amiloide nella fase preclinica rallenti l’esordio dell’Alzheimer o addirittura lo arresti.

I biomarker dell’Alzheimer, in particolar modo la visualizzazione di placche amiloidi mediante la tomografia a emissione di positroni (PET) e la misurazione della beta-amiloide, totale della proteina tau e di tau fosforilata, attraverso l’esame del liquido cerebrospinale, permettono un’identificazione specifica degli individui con lieve decadimento cognitivo che probabilmente progredirà in demenza nell’Alzheimer.
Alcune evidenze suggeriscono che la diagnosi dell’Alzheimer sia preceduta da anni di sintomatologia silente, come un aumento dell’amiloide pur mantenendo una cognizione clinicamente normale.

“Considerata la probabile associazione tra accumulo di amiloide e declino cognitivo successivo nelle persone anziane ma cognitivamente normali, abbiamo voluto caratterizzare e quantificare il rischio di declino cognitivo relativo alla malattia di Alzheimer tra individui cognitivamente normali con elevati livelli di amiloide del cervello” hanno puntualizzato i ricercatori.

Sono state condotte analisi esplorative utilizzando dati longitudinali cognitivi e sui biomarker provenienti da 445 individui cognitivamente normali negli Stati Uniti e in Canada. I partecipanti sono stati osservati dal 23 agosto 2005 al 7 giugno 2016, per una media di 3,1 anni (massimo follow-up: 10,3 anni) come parte del Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).

Risultati interessanti
Utilizzando la PET e il dosaggio del liquido cerebrospinale, i partecipanti sono stati suddivisi in 2 gruppi, uno con quantità normale di amiloide accumulata (n = 243) e l’altro con quantità elevata di amiloide (n = 202).

Tra i 445 partecipanti l’età media (SD) era di 74 (5,9) anni e l’istruzione media era di 16,4 (2,7) anni. Il punteggio medio del PACC (Preclinical Alzheimer Cognitive Composite) al basale era 0.00 (2,60), 29,0 (1,2) del MMSE (Mini-Mental State Examination), 0,04 (0,14) del CDR-Sum of Boxes (Clinical Dementia Rating Sum of Boxes) e 13,1 (3,3) del Logical Memory Delayed Recall. Rispetto al gruppo con amiloide normale, i partecipanti con livelli elevati di amiloide avevano punteggi medi peggiori a 4 anni sul PACC (differenza media: 1,51 punti [95% Ic: 0,94-2,10], p <0,001), MMSE (differenza media: 0,56 punti [95% Ic: 0,32-0,80], p <0,001) e CDR-Sum of Boxes (differenza media: 0,23 punti [95% Ic: 0,08-0,38], p = 0,002). Per Logical Memory Delayed Recall a 4 anni il punteggio tra i gruppi non era statisticamente significativo (differenza media: 0,73 [95% Ic: -0,02-1,48], p = 0,056). Sulla base dei punteggi globali di cognizione, dopo 4 anni il 32% delle persone con amiloide elevata aveva sviluppato sintomi coerenti con la fase iniziale della malattia di Alzheimer, rispetto al 15% dei partecipanti con quantità normali di amiloide. Dopo 10 anni l’88% delle persone con amiloide elevata ha mostrato una significativa diminuzione mentale basata sui test globali cognitivi, mentre, solo il 29% delle persone con amiloide normale ha mostrato un declino cognitivo. “Questa serie di test e sue variazioni sono ampiamente utilizzate per rilevare la malattia di Alzheimer prima che i sintomi di demenza emergano” ha commentato Aisen che ha fatto sapere che queste valutazioni da loro utilizzate stanno diventando lo standard per gli studi di intervento sull’Alzheimer. Anche se l'amiloide elevata è associata al declino cognitivo successivo, lo studio non ha dimostrato una relazione causale. "Abbiamo bisogno di più studi che valutino le persone prima di avere i sintomi dell’Alzheimer", ha commentato il dottor Aisen. "Il motivo per cui molti trattamenti farmacologici promettenti non sono riusciti ad esserlo è perché si interviene nella fase finale della malattia, quando è troppo tardi. Il tempo migliore per intervenire è quando il cervello ancora funziona bene, quando le persone sono asintomatiche". Donohue M. C. Association Between Elevated Brain Amyloid and Subsequent Cognitive Decline Among Cognitively Normal Persons. JAMA. 2017 Jun 13;317(22):2305-2316. doi: 10.1001/jama.2017.6669. fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/prevenire-lalzheimer-quando-si-ancora-mentalmente-sani-sar-possibile-24495

Epilessia in gravidanza. I rischi derivano dalla malattia, non dagli antiepilettici

L’epilessia materna è associata ad aumentati rischi di esiti avversi in gravidanza e perinatali, anche se l’uso di farmaci antiepilettici (AED) durante la gestazione non sembra aumentare tali rischi. Lo suggerisce un recente studio pubblicato online su “JAMA Neurology”.

«In generale i nostri risultati forniscono rassicurazione alle donne con epilessia sul fatto che l’uso di AED durante la gravidanza non è generalmente associato a esiti avveri materni e feto/neonatali, anche se è importante essere consapevoli che gli AED differiscono nel loro potenziale teratogeno» specificano gli autori dello studio, guidati da Neda Razaz, dell’Unità di Epidemiologia Clinica dell’Istituto Karolinska di Stoccolma (Svezia).

Tuttavia, precisano, una diagnosi di epilessia continua a «comportare un moderato aumento del rischio di outcomes avversi di gravidanza, nel parto e perinatali».

Nonostante gli studi sulle donne in gravidanza con epilessia si siano concentrati principalmente sulle associazioni tra uso materno di AED e malformazioni congenite e sviluppo cognitivo della prole, «la complicanze in gravidanza e perinatali tra le donne con epilessia possono estendersi oltre l’effetto del trattamento con AED» spiegano Razaz e colleghi. «La mortalità materna è risultata essere 10 volte superiore nelle donne con epilessia rispetto a quelle senza il disturbo».

Studio retrospettivo di coorte su un totale di quasi un milione e mezzo di gestazioni
Allo scopo di indagare la problematica, i ricercatori hanno condotto uno studio retrospettivo di coorte a livello nazionale su tutte le nascite singole (a 22 o più settimane di gestazione completa) in Svezia dal 1997 al 2011 (1). Il campione finale comprendeva oltre 1,4 milioni di gravidanze di quasi 870.000 madri senza epilessia e 5.373 gravidanze di 3.586 madri con epilessia.

«Dopo aggiustamento per fattori quali l’età materna, l’indice di massa corporea in gravidanza iniziale, il fumo e alcune condizioni pregestazionali (diabete, ipertensione e disturbi psichiatrici), le gravidanze delle donne con epilessia sono risultate associate ad aumentati rischi di esiti avversi di gravidanza e perinatali rispetto alle gravidanze delle donne senza epilessia» riportano gli autori.

L’aumento dei rischi nelle donne con epilessia ha incluso preeclampsia (rapporto di rischio aggiustato [aRR] 1,24), infezione materna (aRR 1,85), rottura placentare (aRR 1,68), induzione di travaglio (aRR 1,31) e parto cesareo di emergenza (aRR 1,09).

I rischi nella prole delle donne con epilessia hanno incluso la maggiore probabilità di nati morti (aRR 1,55), nascita pretermine spontanea o su indicazione medica (aRR rispettivamente 1,24 e 1,34), piccola dimensione per l’età gestazionale alla nascita (aRR 1,25), infezioni neonatali ARR (1,42), malformazioni congenite maggiori o di qualsiasi tipo (rispettivamente aRR 1,61 e 1,48), complicazioni con asfissia (aRR 1,75), indice di Apgar di 4-6 o 0-3 a cinque minuti (aRR 1,34 e 2,42, rispettivamente), ipoglicemia neonatale (aRR 1,53) e sindrome da distress respiratorio (aRR 1,48).

Le informazioni sull’esposizione a AED sono state disponibili per i figli nati dal luglio 2005 al 2011, per un totale di 3.231 bambini di madri con epilessia, di cui circa il 42% sono stati esposti ai farmaci un mese prima o durante la gravidanza.

Risultati in controtendenza con gli studi precedenti
In contrasto con i risultati di studi precedenti, l’uso di AED durante la gestazione non ha aumentato significativamente i rischi di gravidanza e complicazioni perinatali, a eccezione di un tasso più elevato di induzione di travaglio (aRR 1,30).

«I nostri risultati rivelano che l’aumentato rischio di complicanze durante la gravidanza, il travaglio e il periodo neonatale potrebbero essere dovuti a fattori patologici legati all’epilessia come malattia cronica piuttosto che essere l’effetto di AED di per sé» dichiarano Razaz e colleghi. Tali fattori correlati all’epilessia possono derivare da molte comorbidità epilettiche, come i disturbi autoimmuni, aggiungono.

«Pertanto, le donne con epilessia non dovrebbero essere avvertite di interrompere il loro trattamento, se ciò è clinicamente indicato» raccomandano, facendo notare che è stato dimostrato come l’effetto di controllo delle crisi epilettiche degli AED controbilanci gli effetti negativi del loro impiego.

Alcuni limiti della ricerca
Pur essendo molto approfondito e completo, sono stati evidenziati alcuni limiti dello studio, come la mancanza – tipica dei grandi studi di popolazione – di informazioni dettagliate circa la diagnosi e altre condizioni mediche, per cui donne codificate come epilettiche potrebbero avere avuto crisi dovute ad altre malattie, rendendo difficile tradurre il rischio globale in un rischio individuale per le gestanti.

Occorrerebbe quindi una combinazione con studi prospettici più piccoli. In tal senso, dovrebbero essere presto disponibili i risultati dello studio MONEAD (2) patrocinato dai National Institutes of Health che si prevede forniscano una valutazione prospettica del rischio degli AED, prendendo in considerazione vari fattori di epilessia.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-in-gravidanza-i-rischi-derivano-dalla-malattia-non-dagli-antiepilettici-24577

Depositi cerebrali dopo risonanza con gadolinio. L’EMA ribadisce restrizioni all’uso

Nella sua ultima riunione, il Comitato di farmacovigilanza per la valutazione dei rischi (PRAC) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha riaffermato la sua conclusione secondo cui esistono prove convincenti circa la deposizione di gadolinio nei tessuti del cervello dopo l’uso di agenti di contrasto contenenti il metallo.

A seguito della precedente raccomandazione del marzo di quest’anno, alcuni titolari di autorizzazioni all’immissione in commercio hanno chiesto un riesame, come riporta un comunicato stampa dell’EMA. Il gadolinio è un metallo pesante che può essere trattenuto non solo nel cervello ma anche nell’osso e nella pelle. Gli agenti di contrasto a base di gadolinium (GBCA) hanno strutture chimiche lineari o macrocicliche.

Il risultato della revisione del PRAC
Come risultato della revisione (1), il PRAC raccomanda che l’acido gadossetico e l’acido gadobenico, agenti lineari endovenosi, dovrebbero essere utilizzati solo per le scansioni epatiche nelle situazioni in cui soddisfano un’importante necessità diagnostica. Inoltre, l’acido gadopentetico dovrebbe essere utilizzato solo per le scansioni articolari perché la concentrazione di gadolinio nella formulazione usata per le iniezioni intrarticolari è molto bassa.

Tutti gli altri agenti lineari endovenosa (gadodiamide, acido gadopentetico e gadoversetamide) devono essere sospesi in conformità alla raccomandazione del PRAC del marzo 2017.

L’altra classe di agenti a base di gadolinio noti come macrociclici (gadobutrolo, acido gadoterico e gadoteridolo) sono più stabili e hanno una minore propensione a rilasciare gadolinio rispetto agli agenti lineari. Questi, per l’EMA, possono continuare a essere utilizzati nelle loro indicazioni attuali ma alle dosi più basse atte a migliorare le immagini in modo sufficiente e solo quando le scansioni del corpo non contrastate non siano adatte.

La revisione iniziale del PRAC aveva suggerito la sospensione delle autorizzazioni all’immissione in commercio per quattro GBCA lineari per via delle prove secondo cui piccole quantità di gadolinio in essi contenuto si depositavano nel cervello. Gli agenti coinvolti, somministrati per via endovenosa, sono l’acido gadobenico, la gadodiamide, l’acido gadopentetico e la gadoversetamide: tutte sostanze usate per aumentare il contrasto delle immagini in risonanza magnetica (RM).

La revisione del PRAC ha trovato prove convincenti sull’accumulo di gadolinio nel cervello da studi che hanno misurato direttamente l’elemento nei tessuti del cervello e nelle aree di maggiore intensità del segnale viste in RM molti mesi dopo l’ultima iniezione di un GBCA.

Le raccomandazioni finali del PRAC saranno trasmesse al Comitato per i prodotti medicinali per uso umano per il suo parere. Anche se non ci sono state segnalazioni di sintomi o malattie legate al gadolinio nel cervello, il PRAC ha adottato un approccio precauzionale, rilevando che i dati sugli effetti a lungo termine nel cervello sono limitati.

Nessuna limitazione, per ora, da parte dell’FDA
Nel maggio di quest’anno, l’US Food and Drug Administration (FDA) ha preso una posizione diversa. Dopo uno studio di 2 anni non ha trovato alcuna evidenza di eventi avversi dalla ritenzione di gadolinio nel cervello dopo esecuzione di RM con impiego di GBCA.

Di conseguenza, la FDA non limiterà per il momento l’uso di GBCA, ha reso noto in un comunicato stampa (2). Tuttavia continuerà a studiare la loro sicurezza.
Nel frattempo, i medici dovrebbero continuare a utilizzare i GBCA con una certa parsimonia. Come raccomandato dall’FDA nel luglio 2015, dovrebbero limitare il loro utilizzo ai casi in cui sono necessarie ulteriori informazioni fornite dall’agente di contrasto e riesaminare la necessità di RM ripetute con GBCA.

La cautela dell’agenzia USA del farmaco circa questi agenti di contrasto è stata indotta da segnalazioni di ritenzione di gadolinio nel cervello di pazienti sottoposti a quattro o più scansioni RM con mezzo di contrasto durante la gestione di condizioni come la sclerosi multipla o il cancro, anche quando questi pazienti avevano una normale funzionalità renale (i GBCA sono per lo più eliminati attraverso i reni).

La revisione della FDA sulla letteratura scientifica e sugli eventi avversi segnalati all’agenzia ha dimostrato che l’uso di GBCA lineari produce una maggiore ritenzione di gadolinio nel cervello rispetto a GBCA macrociclici. «Tuttavia» ha dichiarato l’FDA nel comunicato «la nostra revisione non ha identificato eventi avversi sulla salute legati a questa ritenzione del cervello».

La revisione continua dell’FDA sui GBCA studierà una rara condizione della pelle chiamata fibrosi sistemica nefrogenica (NSF), che è l’unico avverso conosciuto connesso alla ritenzione di gadolinio. Caratterizzata da ispessimento e indurimento della pelle, la NSF può coinvolgere le articolazioni e limitare significativamente il movimento.

Il disturbo si verifica in un piccolo gruppo di pazienti con insufficienza renale preesistente, anche se la FDA ha incontrato recenti rapporti di pazienti con reni normali che hanno sviluppato la NSF dopo aver ricevuto GBCA per una RM.

Alcuni di questi pazienti avevano anche ritenuto gadolinio nel loro cervello. La FDA ha affermato che cercherà di determinare se queste reazioni fibrotiche siano effettivamente legate al gadolinio trattenuto.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/depositi-cerebrali-dopo-risonanza-con-gadolinio-lema-ribadisce-restrizioni-alluso-24528

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