Month: <span>November 2017</span>

Parkinson: familiari dei malati impegnati a tempo pieno a scapito di salute, lavoro e vita privata. Ricerca del CENSIS

Le attività di assistenza alle persone con malattia di Parkinson ricadono in netta prevalenza su caregiver donne: sono il 76,4% rispetto al 23,6% di uomini. L’età media del caregiver è di 59 anni (58 anni per le donne e 62 per gli uomini). Sono residenti soprattutto al Nord (39,4%) e al Sud (36%), meno al Centro (24,6%). A occuparsi dei malati uomini sono soprattutto le mogli (nel 65,3% dei casi), mentre per le pazienti donne aumenta la quota dei caregiver uomini (42,4%), che sono comunque meno delle caregiver donne (57,6%), di solito le figlie.

È quanto emerge da una ricerca realizzata dal Censis, con il contributo non condizionato di AbbVie, sul ruolo del caregiver nel Parkinson avanzato, che fa luce sugli oneri assistenziali di cui i familiari si fanno carico e sull’impatto che i compiti di cura hanno sulla loro condizione esistenziale.

Le difficoltà pratiche dell’assistenza. Le importanti limitazioni dei pazienti affetti dalla malattia di Parkinson rendono i compiti di assistenza dei caregiver molto onerosi. I pazienti devono prendere farmaci in media 6,3 volte al giorno e la gestione della terapia farmacologica rappresenta un problema rilevante, perché l’80,8% dei pazienti ha bisogno di aiuto per ricordarsi di prendere i farmaci negli orari giusti. Il 42,4% dei pazienti non è autosufficiente nel farsi la doccia o il bagno, il 36,5% a occuparsi dell’igiene personale, il 37,9% a vestirsi, il 35% ha problemi di incontinenza, il 29,1% ha difficoltà a muoversi, il 21,7% non riesce a mangiare da solo.

Un impegno che occupa l’intera giornata. Il 69,5% dei caregiver ha iniziato sin dal momento della diagnosi del malato di Parkinson a svolgere le funzioni di assistenza, il 16,2% è diventato caregiver entro 3 anni dalla diagnosi, il 14,3% dopo 4 anni o più. Quotidianamente il caregiver dedica al malato di Parkinson in media 8,8 ore della propria giornata per le mansioni di assistenza diretta e 10,2 ore in media per la sorveglianza (dati che crescono al crescere della gravità della malattia). Il 30% dei caregiver non riceve alcun aiuto nelle attività di cura, il 44,3% riceve aiuto dagli altri familiari, il 17,3% da personale pagato per l’assistenza, il 4,4% da personale pagato per i servizi domestici, appena il 2,5% da personale pubblico, l’1% dagli amici, lo 0,5% da volontari.

La terapia riabilitativa è il servizio di cui usufruisce la maggioranza dei pazienti (il 57,6%), mentre marginale è il ruolo dei servizi socio-sanitari e assistenziali. Il 41,4% può contare sull’aiuto economico e/o gli sgravi fiscali, il 26,6% sui siti web in cui trovare informazioni dettagliate sulla malattia e sui trattamenti, il 16,7% sui rapporti con altri familiari di malati, il 13,8% sull’infermiere a domicilio in caso di necessità, il 12,8% sulla consulenza psicologica, l’11,8% sul numero telefonico sempre disponibile di una équipe medica per chiedere informazioni sulla terapia.

L’impatto sulla salute dei caregiver, i cambiamenti nella vita lavorativa e l’isolamento. Il 79,2% dei caregiver ha risentito in termini di salute dell’impegno per l’assistenza al malato di Parkinson. Il 65,3% si sente fisicamente stanco (il 70,1% delle caregiver donne rispetto al 50% degli uomini). Il 13,6% delle donne afferma di soffrire di depressione, rispetto al 2,1% degli uomini. Tra le donne è più elevata anche la quota di chi ha perso o ha preso peso (il 13%), di chi si ammala più spesso (il 12,3% a fronte dell’8,3% degli uomini), di chi ha dovuto ricorrere a un supporto psicologico (l’8,4%). Tra gli uomini è più ampia la quota di chi non dorme a sufficienza (il 50% contro il 38,3% delle donne).

Dedicarsi all’assistenza del malato di Parkinson comporta anche cambiamenti nella vita lavorativa per il 36,9% dei caregiver, maggiormente per gli uomini (il 41,7% a fronte del 35,5% delle donne). Il 55,7% sacrifica il proprio tempo libero. Il 31% ha perso alcune amicizie a causa della inevitabile riduzione delle occasioni di incontro. Il 26,1% riferisce un impatto negativo su tutti i componenti del nucleo familiare, costretti a fare i conti con la presenza di un paziente con gravi problemi di salute e necessità assistenziali. E per l’8,4% ci sono state anche conseguenze sulla relazione di coppia.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/parkinson-familiari-dei-malati-impegnati-a-tempo-pieno-a-scapito-di-salute-lavoro-e-vita-privata-ricerca-del-censis-25364

Emicrania in gravidanza, verificata la sostanziale sicurezza dei triptani per il nascituro

Una nuova ricerca, pubblicata online su “Cephalalgia”, evidenzia che i triptani – farmaci impiegati per il trattamento dell’emicrania – usati durante la gravidanza sembrano non avere effetti teratogeni importanti.

«I nostri risultati supportano l’evidenza che i triptani non sono teratogeni maggiori: quando sono fortemente necessari durante la gravidanza, sumatriptan – quale triptano meglio studiato – risulta un’accettabile opzione di trattamento» scrivono gli autori, coordinati da Christof Schaefer, del Pharmakovigilanzzentrum Embryonaltoxikologie presso la Charité Universitätsmedizin di Berlino.

In passato erano stati pubblicati lavori dagli esiti contraddittori che sembravano suggerire che i triptani potessero determinare basso peso alla nascita, aborti spontaneo e parti pretermine, ma in questo studio prospettico non risulta nulla di tutto ciò.

«L’uso di farmaci antiemicranici è comune nelle donne in età fertile e, in una percentuale che può giungere fino al 50% delle gravidanze, l’esposizione fetale non programmata e non intenzionale ai farmaci può essere frequente» osservano Schaefer e colleghi. «Peraltro, mancano prove sulla sicurezza dei triptani».

La maggior parte delle prove su questa classe di farmaci riguarda il sumatriptan, ma alcuni studi minori hanno suggerito un possibile collegamento con sporadici outcome avversi – tra i quali aborto spontaneo, parto prematuro e basso peso alla nascita – che coinvolgono l’eletriptan e il frovatriptan, spiegano gli autori.

Confronto tra gravide senza emicrania e con emicrania esposte o non esposte ai triptani
Per questo studio prospettico osservazionale, 432 donne incinte che erano state arruolate nel sistema tedesco Embryotox ed erano state esposte ai triptani sono state paragonate a coorti di confronto di donne gravide senza disturbi emicranici (n = 1.733) e donne in gravidanza con disturbi di emicrania che non assumevano triptani (n = 475).

Dopo aggiustamento per fattori quali età materna, indice di massa corporea, abitudine al fumo, consumo di alcol, il numero di precedenti aborti e parità, precedenti e numero di pregressi bambini con difetti alla nasciti, i risultati hanno dimostrato che le donne trattate con triptani non hanno avuto aumenti significativi degli outcome, compresi i tassi di difetti maggiori alla nascita (odds ratio [OR], 0,84, intervallo di confidenza al 95% [IC 95%I], 0,4-1,9), aborti spontanei (OR, 1,20, IC 95%, 0,9-1,7), parto pretermine (OR, 1,01 IC 95%, 0,7-1,5) o preeclampsia (OR 1,33; IC 95% 0,7-2,5).

Il triptano più comunemente usato era il sumatriptan (n = 253), seguito da zolmitriptan (n = 75) e darizatriptan (n = 65). I più alti tassi di difetti alla nascita sono stati calcolati per eletriptan (5,6%) e frovatriptan (5,3%), ma erano basati su un solo caso di difetti alla nascita ciascuno.

Su 9 principali difetti alla nascita complessivi nella coorte esposta a triptani, due bambini erano stati co-esposti a noti teratogeni, tra cui carbamazepina e isotretinoina. Gli autori fanno notare che 3 dei 9 difetti maggiori alla nascita erano difetti degli arti, con una prevalenza dello 0,8% rispetto ai tassi di prevalenza più bassi nelle coorti di confronto (0,5% e 0,3%); tuttavia, sostengono, a causa del numero limitato di casi (n = 3), il risultato poteva essere dovuto al caso.

La maggior parte delle donne che hanno assunto triptani in gravidanza (75,2%) sono state esposte durante il primo trimestre, periodo in cui i feti sono particolarmente vulnerabili alla tossicità del farmaco. Pochissimi (2,3%) hanno avuto un’esposizione totale di oltre 50 giorni.

Mentre gli odds ratio suggeriscono effetti teratogeni dei farmaci, gli autori raccomandano precauzioni con alcuni triptani in gravidanza. «Un’ecografia fetale dettagliata dovrebbe essere offerta nei casi di esposizione del primo trimestre ai triptani meno studiati» consigliano.

«Nel complesso» è la conclusione, questi risultati rappresentano «una buona notizia per le donne che hanno bisogno di curare l’emicrania grave durante la gravidanza».

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emicrania-in-gravidanza-verificata-la-sostanziale-sicurezza-dei-triptani-per-il-nascituro-25390

Huntington, test salivare rivela marker di malattia prima dell’esordio. Potenziali usi clinici importanti

Una nuova ricerca ha dimostrato che un semplice test sulla saliva in grado di rilevare la huntingtina (Htt), proteina che svolge un ruolo chiave nella malattia di Huntington, può costituire un marker precoce dell’insorgenza e della progressione del disturbo. I risultati dello studio sono stati presentati a San Diego (USA), nel corso di ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association.

«Nel complesso, le misure dell’Htt salivare offrono promesse significative come rilevante biomarker non invasivo per la malattia di Huntington e il suo utilizzo potrebbe essere immediatamente implementato sia in applicazioni traslazionali sia di ricerca clinica» ha spiegato il coordinatore dello studio, Jody Corey-Bloom, dell’Università della California a San Diego.

È noto che la malattia di Huntington, patologia neurodegenerativa fatale, è causata da un’espansione ripetuta CAG nel gene che codifica per Htt, rendendo Htt un obiettivo primario negli sforzi in corso per sviluppare terapie.

Un biomarker non invasivo, facilmente accessibile e sicuro
«Senza metodi non invasivi attualmente disponibili per identificare l’Htt, la saliva rappresenta un biomarker potenzialmente ideale e accessibile ed è più sicuro dei test del sangue in termini di rischio per epatite e HIV» ha evidenziato Core-Bloom.

L’équipe di Core-Bloom ha utilizzato il metodo immunoenzimatico ELISA per misurare la proteina Htt nella saliva di 178 individui, compresi i pazienti con malattia di Huntington manifesta, pazienti con geni positivi e malattia di Huntington pre-manifesta e controlli normali abbinati per età e genere.

I risultati hanno mostrato significativi aumenti nei livelli salivari di Htt nei pazienti con malattia di Huntington (media: 0,775 ng/ml) rispetto ai controlli normali (media: 0,359 ng/ml; P = 0,001). Sono state osservate correlazioni significative tra i livelli Htt e varie importanti misure cliniche, inclusa la capacità funzionale totale (P = 0.04), il punteggio motorio (P = 0.02) e il livello di confidenza diagnostica (P = 0.02).

Inoltre, utilizzando diverse combinazioni di anticorpi, si è visto che l’Htt mutante era più elevata nei pazienti geneticamente positivi con malattia pre-manifestazioni di Huntington che nei controlli normali (P = 0.03). Altro aspetto importante: l’Htt salivare totale non variava a seconda dell’ora del giorno o dei giorni differenti della settimana e non esistevano associazioni con l’età o il sesso.

I ricercatori hanno anche valutato vari indicatori di stress e infiammazione. Hanno trovato che la proteina C-reattiva (CRP) era significativamente elevata nei pazienti con malattia pre-manifesta di Huntington (9548 pg /ml) rispetto ai controlli normali (3399 pg/ml). I livelli di CRP nella saliva sono stati associati anche ai punteggi di sintomi motori (P = 0.02) nei pazienti con positivi ai geni.

Dunque «la HTT salivare ed eventualmente altri marker infiammatori offrono promesse significative come rilevanti biomarker non invasivi di insorgenza e progressione della patologia nella malattia di Huntington» concludono gli autori.

Gli aspetti che devono essere ancora chiariti
Corey-Bloom e colleghi hanno comunque spiegato che l’aumento della proteina Htt salivare totale può riflettere una maggiore espressione della proteina Htt mutata o wild-type, «ma avremo bisogno di ulteriori studi di follow-up per misurare specificatamente le forme mutate e i diversi prodotti di scissione dell’Htt, allo scopo di far luce su questo problema».

Gli studi futuri dovranno inoltre determinare come i livelli di Htt nella saliva correlino con quelli di altre misure, aggiungono «Abbiamo dimostrato che la proteina Htt può essere rilevata nella saliva e che l’Htt salivare può essere misurata in modo riproducibile usando l’ELISA. Però» hanno spiegato «non sappiamo ancora come i livelli di Htt salivare siano confrontabili con quello che si verifica nel sangue e nel liquido cerebrospinale. Sarà molto importante capire queste relazioni».

La capacità di individuare l’insorgenza della malattia di Huntington offre molti vantaggi essenziali, hanno dichiarato Corey-Bloom e colleghi. «C’è una grande necessità di identificare biomarcatori accessibili per la malattia di Huntington che potrebbero essere utilizzati per anticipare l’insorgenza di sintomi di malattia, monitorarne la progressione, stratificare i pazienti per studi clinici e valutare le potenziali terapie».

link: https://www.pharmastar.it/news/neuro/huntington-test-salivare-rivela-marker-di-malattia-prima-dellesordio-potenziali-usi-clinici-importanti-25141

Riferimento:
ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association. Abstract MS262. October 2017.

Il rischio di ictus non aumenta con un abbassamento intensivo della pressione sistolica

L’abbassamento intensivo della pressione arteriosa sistolica (SBP) a livelli inferiori a 120 mmHg non aumenta il rischio di ictus, anche con una bassa pressione arteriosa media (MAP). Lo dimostra una nuova ricerca presentata a San Diego (USA), nel corso dell’ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association.

«I nostri risultati suggeriscono che i medici possono ridurre con sicurezza la SBP quando trattano i pazienti con ipertensione, senza preoccuparsi di causare inavvertitamente un ictus a causa di un’ipoperfusione cerebrale dovuta a un’eccesiva riduzione della SBP stessa» affermano gli autori, capitanati da Jack Tsao, dell’University of Tennessee Health Science Center.

Le evidenze dello studio SPRINT
Mentre le raccomandazioni cliniche richiedono tipicamente target di SBP inferiori a 140 mmHg nella prevenzione di eventi ictali e cardiovascolari (CV), nello studio SPRINT (Systolic Blood Pressure Intervention Trial) è stato dimostrato che sforzi intensivi per raggiungere obiettivi inferiori, sotto i 120 mmHg, riducono ulteriormente gli eventi CV fatali e la mortalità.

Tuttavia, i pazienti che hanno ottenuto una SBP inferiore a 120 mmHg nello studio hanno mostrato tassi più elevati di ipotensione, che avrebbero potuto portare alla diminuzione della pressione di perfusione cerebrale e a un aumento del rischio di ictus, osservano gli autori.

Per valutare meglio gli effetti di una SBP più bassa sul rischio di ictus, Tsao e colleghi hanno ulteriormente valutato i dati relativi a 8.844 partecipanti allo studio SPRINT, determinando la MAP e la pressione di polso (PP) dalle misure di SBP e di pressione arteriosa diastolica del paziente.

I risultati della nuova analisi e il key message
Per l’analisi sono state utilizzate le MAP e le PP più basse dei pazienti nel periodo di follow-up. Durante un follow-up mediano di 3,26 anni, sono stati 132 casi di ictus (1,49%) e 187 casi di sincope (2,1%). La MAP media minima era di 78,21 mmHg e la PP media minima era di 45,10 mm Hg. Mentre la MAP e la PP più basse sono state associate a un aumento del rischio di ipotensione e sincope, nessuna delle due è stata collegata a un aumentato rischio di ictus.

Il rischio di ictus è aumentato costantemente di circa il 31% per ogni incremento di 5 mmHg della MAP (rapporto di rischio corretto [HR]: 1,31) e di circa il 30% per ogni incremento di 5 mmHg della PP (HR: 1,30). Allo stesso modo, il rischio di sincope è aumentato del 39% per ogni incremento di 5 mmHg della MAP (HR: 1,14) e del 14% per ogni incremento di 5 mmHg della PP (HR: 1,14).

«Pensavamo che avremmo visto un aumento del rischio di ictus con una MAP insufficiente, quindi siamo stati veramente felici di scoprire che la nostra ipotesi primaria – cioè che ci sarebbe un rischio aumentato di ictus – non è stata confermata» hanno detto Tsao e colleghi.

«Il key message per i clinici e per i pazienti è che ridurre la SBP usando farmaci nel quadro di una diagnosi di ipertensione ridurrà il rischio di malattie CV, ictus e morte» ha aggiunto. «Il trattamento aggressivo per ottenere una SBP sotto i 120 mm Hg è un’azione positiva e non porterà a un aumento del rischio di danno da ictus per SBP troppo bassa» hanno ribadito.

Confermata la validità delle misurazioni effettuate
È stato inoltre sottolineato che le misure ricavate dallo studio SPRINT, sottoposte da qualcuno a critiche, erano effettivamente valide. «Abbiamo parlato con l’azienda che ha realizzato i monitor per lo studio SPRINT e abbiamo rilevato che la misura della SBP era un valore reale mentre la pressione arteriosa diastolica è stata derivata» hanno spiegato gli autori.

«Abbiamo anche scoperto che vi era una buona correlazione tra le misurazioni manuali della pressione arteriosa sistolica e diastolica e quella del sistema automatizzato, tali che le misurazioni della pressione sanguigna sistolica e diastolica del sistema utilizzato erano entro un range di 1 a 3 mm Hg, ben dentro un margine di variabilità accettabile» hanno proseguito.

«Quindi crediamo che il nostro approccio sia valido, che la pressione sanguigna automatizzata è l’approccio utilizzato dalla maggior parte dei centri medici e che qualsiasi terapia utilizza queste misurazioni per regolare la terapia nella pratica clinica» hanno detto gli autori.

Inoltre i risultati sono stati ulteriormente convalidati con dati aggiuntivi. «Anche con il piccolo margine di varianza, non abbiamo trovato un rischio maggiore di ictus alle misure di MAP più basse e ciò è stato convalidato con un secondo set di dati [che non è stato presentato] in cui la pressione del sangue è stata misurata manualmente».

Conformemente a dati precedenti – è stata la conclusione – lo studio indica che un tasso di eventi clinici di ictus, anche sotto una prospettiva teorica di ipoperfusione, non appare manifesto, e questo è rassicurante in termini di attuazione le linee guida relative a un controllo più stringente della pressione arteriosa

link: https://www.pharmastar.it/news/neuro/il-rischio-di-ictus-non-aumenta-con-un-abbassamento-intensivo-della-pressione-sistolica-25143

Riferimento bibliografico:
ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association. Abstract M150. October 2017.

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