Author: <span>drgpiccirillo</span>

Emicrania resistente al trattamento, più giorni al mese senza dolore con galcanezumab

Nei pazienti con emicrania resistente al trattamento che avevano anche altri disturbi del dolore, l’anticorpo monoclonale galcanezumab è stato più efficace del placebo nel prevenire l’emicrania riducendo il numero di giorni mensili con dolore, secondo gli esiti di una ricerca presentata al congresso virtuale PAINWeek.

L’emicrania è caratterizzata da attacchi che durano dalle 4 alle 72 ore, migranti ma di solito localizzati in un solo lato della testa con un dolore pulsante aggravato dalle attività fisiche e spesso associato a nausea, vomito, fastidio ai rumori e alle luci. Colpisce il 14% della popolazione mondiale con punte che superano il 20% in alcuni studi. In Italia ne soffre il 9% degli uomini e il 18% delle donne nelle quali gli attacchi sono più severi, più lunghi e più disabilitanti e con più sintomi associati. Sulla base del Global Burden Disease (GBD 2017), l’Oms classifica l’emicrania al secondo posto tra tutte le malattie che causano disabilità e prima causa di disabilità sotto i 50 anni.

«I pazienti trattati con galcanezumab hanno avuto riduzioni medie del numero di giorni mensili con emicrania significativamente superiori a quelli trattati con il placebo già dal primo mese e sono continuate fino al terzo mese» ha affermato durante la sua presentazione al congresso Charles Argoff, professore di neurologia presso l’Albany Medical College, New York.

Galcanezumab appartiene alla classe degli anticorpi monoclonali anti-CGRP che agiscono bloccando il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP), un vasodilatatore che interviene nella trasmissione del dolore e i cui valori risultano più elevati nelle persone che soffrono di emicrania. Il farmaco rappresenta una cura specifica e selettiva per la profilassi dell’attacco emicranico sia nelle forme episodiche che nelle forme croniche e refrattarie a precedenti terapie preventive.

Approvato dall’Aifa e da luglio disponibile nel mercato italiano a carico del SSN, galcanezumab vanta una sola somministrazione mensile sottocute, efficacia elevata e mantenuta nel tempo, rapidità di risposta ed elevata tollerabilità.

Analisi post-hoc su studio di fase III
Argoff e colleghi hanno analizzato i dati dello studio CONQUER di fase III, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, che ha valutato galcanezumab su soggetti adulti con emicrania cronica o episodica resistente al trattamento e almeno un altro disturbo del dolore concomitante. I risultati sono stati precedentemente presentati al congresso virtuale dell’American Headache Society.

Sono stati considerati affetti da emicrania resistente al trattamento i pazienti che negli ultimi 10 anni non avevano ottenuto risultati nonostante l’uso di 2-4 farmaci per la prevenzione dell’emicrania a causa di una scarsa efficacia o per motivi legati alla sicurezza.

I partecipanti sono quindi stati assegnati in modo casuale a ricevere galcanezumab 120 mg al mese, dopo una dose iniziale di carico di 240 mg, o placebo per 3 mesi. I ricercatori hanno eseguito un’analisi della sottopopolazione che aveva almeno un disturbo del dolore concomitante, valutando gli endpoint relativi a emicrania e cefalea grazie alle informazioni raccolte tramite un diario elettronico.

Un totale di 100 pazienti è stato assegnato a ricevere galcanezumab e 97 a ricevere placebo. Nel complesso il 18,8% dei soggetti aveva dolore alla schiena, il 12,2% artrosi, l’11,7% dolore al collo, il 10,2% una protrusione del disco intervertebrale e il 7,6% la sindrome dell’intestino irritabile.

Meno giorni mensili con emicrania
Rispetto ai pazienti trattati con placebo, quelli sottoposti a galcanezumab hanno ottenuto riduzioni significativamente superiori dei giorni mensili di emicrania al mese 1 (differenza dei minimi quadrati = -2,37 giorni, p<0,001), mese 2 (-1,81 giorni, p<0,05) e mese 3 (-2,34 giorni, p<0,01).

Inoltre, i tassi di risposta del 50% e del 100% sono risultati significativamente più alti al mese 1 e al mese 3 nei pazienti galcanezumab rispetto al placebo, mentre i tassi di risposta del 75% erano numericamente ma non significativamente più elevati.

I partecipanti che hanno ricevuto galcanezumab hanno avuto maggiori miglioramenti nei punteggi della qualità della vita valutati tramite il Migraine Specific Quality of Life – Role Function Restrictive domain rispetto a quelli sottoposti a placebo.

Trattandosi di una un’analisi post-hoc su un campione di piccole dimensioni Argoff ha fatto presente che sono necessarie ulteriori ricerche. «Galcanezumab è stato efficace nel ridurre i giorni mensili di emicrania rispetto al placebo», ha concluso. «Nel complesso i pazienti trattati con galcanezumab hanno mostrato tassi di risposta del 50%, 75% e 100% più elevati e hanno ottenuto un miglioramento della qualità della vita funzionale».

Bibliografia

Argoff C, et al. Abstract 10. Presented at: PAINWeek; September 11-13, 2020. (Virtual)

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emicrania-resistente-al-trattamento-pi-giorni-al-mese-senza-dolore-con-galcanezumab–33303/?fbclid=IwAR0_eSsh34H_kXIKX77ghkALPc2x15AprcJun3SeTWWAkgD3S1zB3UmS7Zs

Ictus, trombolisi efficace fino a 9 ore dopo l’esordio nei pazienti con evidenza di penombra ischemica

Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto dagli studi EXTEND ed EPITHET – i cui risultati cono stati pubblicati online su “JAMA Neurology” – che i pazienti con ictus che si presentavano oltre la finestra di 4,5 ore avevano benefici consistenti dall’attivatore del plasminogeno tissutale (tPA) quando c’era evidenza di penombra ischemica (“mismatch” diffusione/perfusione).

Analisi aggregata degli studi EXTEND ed EPITHET
L’analisi aggregata a livello di singolo paziente dei due studi ha mostrato come le persone che hanno raggiunto la riperfusione con somministrazione endovenosa (IV) di alteplase al follow-up di 24-72 ore abbiano mostrato migliori esiti funzionali a 90 giorni (OR frequente: 7,7 vs i pari senza riperfusione, IC 95% 4,6-12,8).

Questo dato era coerente tra i sottogruppi che si presentavano da 4,5 a 6 ore o da 6 a 9 ore dopo l’insorgenza dei sintomi o dopo un ictus al risveglio, senza evidenza di interazione tra il tempo alla randomizzazione e l’effetto benefico della riperfusione, secondo gli autori dello studio, coordinati da Bruce Campbell, del Royal Melbourne Hospital in Australia.

Anche il rischio di emorragia intracerebrale sintomatica (SICH) non differiva nei tempi successivi al trattamento, poiché i pazienti trattati con alteplase hanno mostrato tassi di incidenza del 5,9% nel gruppo 4,5-6 ore, 7,1% nel gruppo 6-9 ore e 5,5% nel gruppo ictus al risveglio.

«Questo dato fornisce rassicurazione sul fatto che i benefici di alteplase IV potrebbero essere consistenti negli strati di pazienti con penombra ischemica» sostiene il gruppo di Campbell.

«Ulteriori studi verificheranno se la trombolisi IV può portare benefici ai pazienti con mismatch di perfusione fino a 24 ore dopo l’ultima volta in cui si è saputo che stavano bene» osservano gli autori.

Ricerche precedenti alla base dell’ampliamento della finestra terapeutica
Un lavoro precedente aveva suggerito che alteplase IV riduce la disabilità in pazienti dopo ictus ischemico (o con ictus insorgenza al risveglio) 4,5-9 ore dopo l’esordio, selezionati utilizzando il mismatch all’imaging di perfusione. Tali pazienti sono normalmente considerati non idonei alla trombolisi in base alla finestra standard di 4,5 ore.

EXTEND ed EPITHET erano due studi randomizzati eseguiti nel 2001-2018. Il team di Campbell ha incluso i 295 pazienti randomizzati ad alteplase o placebo dopo l’imaging di mismatch perfusorio 4,5-9 ore dopo l’inizio dell’ictus ischemico acuto. Di questi pazienti, 270 avevano riperfusione valutabile.

L’età media era di 76 anni nel gruppo riperfusione e 74 anni nel gruppo senza riperfusione. Gli uomini rappresentavano il 46,2% e il 61,0%, rispettivamente; e il punteggio mediano al basale della National Institutes of Health Stroke Scale erano, rispettivamente, 10 e 12.

Un limite della meta-analisi era che il vero tempo di insorgenza dell’ictus era spesso sconosciuto nei due studi.

Riferimento bibliografico:
Campbell BCV, Ma H, Parsons MW, Churilov L, Yassi N, Kleinig TJ, Hsu CY, Dewey HM, Butcher KS, Yan B, Desmond PM, Wijeratne T, Curtze S, Barber PA, De Silva DA, Thijs V, Levi CR, Bladin CF, Sharma G, Bivard A, Donnan GA, Davis SM. Association of Reperfusion After Thrombolysis With Clinical Outcome Across the 4.5- to 9-Hours and Wake-Up Stroke Time Window: A Meta-Analysis of the EXTEND and EPITHET Randomized Clinical Trials. JAMA Neurol. 2020 Nov 2. [Epub ahead of print] doi: 10.1001/jamaneurol.2020.4123.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/ictus-trombolisi-efficace-fino-a-9-ore-dopo-lesordio-nei-pazienti-con-evidenza-di-penombra-ischemica-33784/?fbclid=IwAR2AABs6nRsFu3pgBy9rl8hsvN7_y6AjJMzCDDBpVF8fyYb0CdoOyZ2myAk

Cosa succede alle persone colpite da ictus o da altre malattie neurologiche durante questa nuova fase di emergenza Covid-19?

Una corsa contro il tempo per aumentare, ancora una volta, la disponibilità dei posti letto per le persone colpite da infezione da Covid-19. A distanza di mesi, purtroppo, stiamo vivendo la seconda ondata di una delle più gravi emergenze sanitarie non solo del nostro Paese ma del mondo intero e stiamo assistendo nuovamente ad un profondo riadeguamento del sistema ospedaliero italiano. La Società Italiana di Neurologia (SIN), insieme ad A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) e all’Organizzazione Italiana per lo Stroke (ISO) esprimono preoccupazione perché i posti letto dei reparti di neurologia di numerosi ospedali sono stati ancora una volta riconvertiti per la cura dei pazienti Covid-19anche in tempi di pandemia, però, un Sistema Sanitario Nazionale deve riuscire a garantire i migliori servizi possibili per i pazienti affetti da malattie non trasmissibili, in particolare per quelli con condizioni acute come ictus, traumi cranici, crisi epilettiche, polineuriti acute, sclerosi multipla, i cui trattamenti sono comunque sempre tempo-dipendenti.

Nei mesi più acuti della pandemia – ha commentato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) – sono diminuiti drasticamente non solo i controlli clinici di pazienti con varie patologie neurologiche, ma anche gli accessi in emergenza ai Pronto Soccorso per malattie diverse dalla infezione da Covid-19, in parte a causa della riorganizzazione degli ospedali e in parte anche per il timore, da parte della popolazione, di contrarre il virus in Ospedale. Sappiamo però che un ictus non curato, o curato in ritardo, comporta non solo un rischio di esito fatale, ma anche maggiori disabilità, con conseguenze drammatiche sulla vita delle persone e sui costi sanitari e sociali conseguenti alla malattia. E sappiamo anche che tanti pazienti affetti da malattie neurologiche croniche (demenza, malattia di Parkinson, cefalee, sclerosi multipla) non riescono, per gli stessi motivi, ad avere l’assistenza di cui necessitano”.

In questi ultimi giorni, in diverse Regioni, sono state già bloccate le attività di ricoveri non urgenti nelle strutture ospedaliere che hanno dovuto essere rapidamente riconvertite per le degenze Covid, ma questa seconda ondata non può trovarci impreparati come nella prima fase. È necessario mantenere il più possibile le attività, in risposta alle patologie e alle problematiche assistenziali dei pazienti non-Covid in elezione e in urgenza, sia in regime ospedaliero sia in quello ambulatoriale.

“Nel corso della prima fase della pandemia – ha dichiarato Nicoletta Reale, Presidente A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) – la nostra Federazione aveva più volte lanciato l’allarme per la notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali (circa il  40%-50% di accessi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), continuando a sottolineare quanto fosse importante non sottovalutare i sintomi che possono costituire i “campanelli d’allarme” di questa patologia ed evidenziando come le persone colpite abbiano comunque continuato ad avere percorsi sicuri e dedicati”.

“Le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) – ha aggiunto il Prof. Danilo Toni, Presidente Italian Stroke Organization (ISO) – sono riuscite e riescono ancora a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno gestito e continuano a gestire i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale”.

Ma cosa succede a questi pazienti una volta terminata la fase acuta, se non ci sono posti letto disponibili nei reparti di Neurologia? Il percorso del paziente con ictus, così come con altre malattie neurologiche acute, una volta superata la fase di emergenza, prevede assistenza multiprofessionale nei reparti di Neurologia, dove le competenze specialistiche comportano una migliore prognosi, anche a distanza.

L’Associazione che rappresenta i pazienti colpiti da ictus nel nostro Paese in sintonia con i Neurologi italiani tramite le Società Scientifiche intendono far sentire nuovamente la propria voce, ribadendo quanto sia importante mantenere attivi i posti letto delle Neurologie in modo da garantire la continuità del trattamento più adeguato anche nella delicata fase del post ictus e della fase post-acuta delle altre malattie neurologiche. È fondamentale riuscire a organizzare al meglio, oltre alla routinaria assistenza al paziente, gli eventuali trasferimenti nelle neuroriabilitazioni, non trascurando le necessità di adattamento alla malattia e le possibili difficoltà di famiglie e caregiver, perno fondamentale di tutta la riorganizzazione, laddove sia possibile e auspicabilmente previsto il rientro al domicilio.

La riduzione e, in alcuni casi, la sospensione delle visite ambulatoriali e degli accessi ai Day Hospital neurologici a causa del Covid rischia di avere conseguenze catastrofiche, con un probabile aumento della mortalità e della disabilità, anche superiore a quello della prima ondata, cui si aggiunge un rischio ovviamente maggiore di non sopravvivere al virus per chi soffre di malattie cerebro-cardiovascolari.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/cosa-succede-alle-persone-colpite-da-ictus-o-da-altre-malattie-neurologiche-durante-questa-nuova-fase-di-emergenza-covid-19–33804/?fbclid=IwAR3DeQzkFl9X6KhulNQk8ChBYt2tXDCnJ-Zum9Vw1y_F_gw62D-6A2iVPf0

Diagnosi e trattamento del lieve decadimento cognitivo modificabili con PET amiloide di routine

Le scansioni di tomografia ad emissione di positroni (PET) dell’amiloide, inserite come parte integrante di una routine di esami diagnostici, possono modificare la diagnosi e il trattamento in pazienti con lieve decadimento cognitivo (MCI), secondo uno studio prospettico diagnostico condotto in Olanda e pubblicato online su “JAMA Neurology”.

In sintesi, l’offerta di un imaging PET dell’amiloide a tutti i pazienti in una clinica specializzata in disturbi di memoria ha portato a un cambiamento di diagnosi eziologica nel 25% dei pazienti e a una modificazione del trattamento nel 24% dei casi, riferiscono gli autori coinvolti nel progetto ABIDE (Alzheimer’s Biomarkers in Daily Practice, diretti da Arno de Wilde, del VU University Medical Center di Amsterdam.

Le ricerche precedenti sull’uso clinico dell’imaging dell’amiloide hanno studiato popolazioni molto selezionate e non riflettono la pratica quotidiana, osservano de Wilde e colleghi. «Al contrario» affermano «noi abbiamo utilizzato una coorte non selezionata di clinica della memoria, offrendo la PET amiloide a tutti i pazienti in visita nella nostra istituzione. Ai fini di questo studio, abbiamo implementato la PET amiloide nel nostro lavoro diagnostico di routine».

I nostri risultati dimostrano che la PET amiloide ha importanti conseguenze, in termini di cambiamento nella diagnosi e nel trattamento, per un numero significativo di pazienti in una situazione molto simile alla pratica clinica, sostengono de Wilde e colleghi, secondo i quali questi risultati sono un passo importante nel colmare il divario tra l’utilizzo della PET amiloide in un ambiente di ricerca rispetto alla pratica clinica quotidiana.

Il progetto IDEAS: passare dalla ricerca alla clinica
In effetti, mentre la scansione PET dell’amiloide è stata ampiamente utilizzata nella ricerca, pochi studi hanno valutato la sua utilità nella pratica clinica. Uno studio in corso negli Stati Uniti è il progetto IDEAS (Imaging Dementia-Evidence for Amyloid Scanning), una collaborazione tra Medicare, l’Alzheimer’s Association e l’American College of Radiology per studiare gli outcomes di pazienti con MCI o demenza di eziologia incerta.

Un’analisi ad interim di IDEAS ha mostrato cambiamenti nella diagnosi e nel trattamento dopo scansioni PET dell’amiloide. Se il miglioramento degli outcomes saranno confermati, lo studio potrebbe aprire la strada al pagamento della prestazione da parte di Medicare e delle assicurazioni private. Finora, Medicare ha rifiutato un’ampia copertura per le scansioni PET dell’amiloide perché l’agenzia non era convinta che i risultati avrebbero influenzato positivamente gli outcomes dei pazienti.

Il protocollo e gli outcomes del progetto ABIDE
Tornando ad ABIDE (1), si tratta di un progetto triennale nei Paesi Bassi che mira ad applicare i test diagnostici di risonanza magnetica (RM), liquido cerebrospinale (CSF) e PET amiloide utilizzati nella ricerca alla pratica clinica quotidiana, concentrandosi sui pazienti con MCI.

In questo studio i ricercatori hanno offerto PET amiloide utilizzando florbetaben marcato con Fluoro-18 ai pazienti che hanno visitato la clinica terziaria della memoria presso il VU University Medical Center tra il gennaio 2015 e il dicembre 2016 come parte del loro esame diagnostico di routine per la demenza.

Hanno incluso nello studio 476 pazienti, più 31 pazienti con MCI dalla clinica della memoria dell’University Medical Center di Utrecht. I partecipanti avevano un’età media di 65 anni e il 39% era costituito da donne.

Per ciascun paziente, i neurologi hanno determinato una diagnosi PET di pre- e post-amiloide che includeva sia una sindrome clinica (demenza, MCI o declino cognitivo soggettivo) sia una eziologia sospetta (malattia di Alzheimer [AD] o meno) e hanno stimato quanto fossero affidabili le loro diagnosi. I neurologi hanno anche deciso se fossero necessari test ausiliari e stabiliti piani di trattamento.

Il punteggio medio del Mini-Mental State Examination della coorte era di 25. Del campione totale, il 32,3% ha ricevuto una diagnosi pretest di AD, il 13,8% di demenza non Alzheimer, il 22,5% di MCI e il 31,3% di declino cognitivo soggettivo.

I risultati della PET amiloide erano positivi per il 47,7% dei pazienti. L’eziologia sospetta è cambiata per il 24,7% dei pazienti dopo la PET amiloide, più spesso derivante da un risultato negativo (31%) che positivo (18%) (P <0,01). L’affidabilità diagnostica è aumentata dall’80% all’89% (P <0,001).

Nel 24,3% dei casi, i neurologi hanno cambiato il trattamento post-PET del paziente, principalmente apportando modifiche ai farmaci – iniziando la somministrazione di inibitori della colinesterasi e indirizzando i pazienti a studi clinici – nel caso di pazienti con scansioni positive.

I bias rilevati da un editoriale e dagli stessi autori
«Questa ricerca dimostra che la PET amiloide migliora l’accuratezza diagnostica e può aiutare i pazienti e le famiglie a prendere importanti decisioni su farmaci, impiego, finanze e partecipazione a studi clinici» osserva Stephen Salloway, della Alpert Medical School della Brown University di Providence, in un editoriale di commento (2).

«Ma ci sono questioni da considerare» aggiunge. «I pazienti in questo studio erano più giovani di molte persone con AD e avevano meno malattie da comorbilità rispetto a molti pazienti con compromissione cognitiva nella pratica clinica».

«C’è una certa preoccupazione nel generalizzare questi risultati nelle cure primarie o nelle impostazioni della clinica della memoria» scrive ancora Salloway.

«L’introduzione di una coorte con declino cognitivo soggettivo è nuova, ma non è chiaro come interpretare il significato di una scansione amiloide negativa in un 61enne con declino cognitivo soggettivo, e non abbiamo ancora marcatori prognostici attendibili da stimare la probabilità e il momento del declino cognitivo nei pazienti con declino cognitivo soggettivo che hanno una scansione amiloide positiva» puntualizza.

I ricercatori hanno elencato altre possibili limitazioni al loro studio: la principale misura di outcome era il cambiamento nella diagnosi che riflette, in parte, le convinzioni dei medici.

Inoltre, ammettono, l’impostazione dello studio si è discostata dalla normale pratica clinica in diversi modi importanti: i ricercatori hanno offerto la PET amiloide a tutti i pazienti e non solo ai casi diagnosticamente incerti; il neurologo primario può o non può aver visto il paziente; e i pazienti non hanno sempre ricevuto i risultati della loro scansione.

Riferimenti bibliografici:
1) de Wilde A, van der Flier WM, Pelkmans W, et al. Association of Amyloid Positron Emission Tomography With Changes in Diagnosis and Patient Treatment in an Unselected Memory Clinic Cohort: The ABIDE Project. JAMA Neurol. 2018 Jun 11. doi: 10.1001/jamaneurol.2018.1346. [Epub ahead of print]
leggi

2) Salloway S. Improving Evaluation of Patients With Cognitive Impairment With Amyloid Positron Emission Tomography. JAMA Neurol. 2018 Jun 11. doi: 10.1001/jamaneurol.2018.1010. [Epub ahead of print]
leggi

fonte:https://www.pharmastar.it/news/neuro/diagnosi-e-trattamento-del-lieve-decadimento-cognitivo-modificabili-con-pet-amiloide-di-routine–27094

Emorragia intracerebrale in pazienti sotto antiaggreganti. È sicuro riavviare la terapia alla dimissione?

Il riavvio della terapia antiaggregante in pazienti con emorragia intracerebrale (ICH) da lieve a moderata non è associato a esiti funzionali peggiori. Lo suggerisce un’analisi retrospettiva i cui risultati sono stati pubblicati online su “Neurology”.

I pazienti con ICH lieve o moderatamente grave non hanno avuto alcuna differenza di outcome in termini di indipendenza funzionale o di parametri di qualità della vita correlata alla salute se ripristinavano o non ripristinavano la terapia antipiastrinica, riferiscono gli autori, capeggiati da Ching-Jen Chen, della University of Virginia a Charlottesville (USA).

Una decisione sempre difficile
«Nei pazienti con ICH sottoposti a terapia antipiastrinica i medici spesso devono far fronte alla decisione di riavviare o meno la terapia antipiastrinica al momento della dimissione» ricordano.

«Sebbene l’uso di antipiastrinici dopo l’ICH sia associato a una diminuzione dell’incidenza di eventi ischemici cardiovascolari senza un rischio elevato di recidiva di ICH, gli outcome funzionali e le misure di qualità della vita correlate alla salute in queste circostanze sono rimaste poco chiare» specificano. «Queste misure potrebbero non essere rappresentate accuratamente solo dall’incidenza di eventi cardiovascolari ischemici o ICH ricorrenti».

L’efficienza della terapia antipiastrinica nella prevenzione primaria e secondaria degli eventi ischemici ha portato a un loro uso più ampio che, nonostante i benefici complessivi, può aumentare il rischio di ICH spontanee. Non occorre sottolineare che, per i pazienti che sopravvivono a un ictus emorragico iniziale, un secondo ICH è collegato a ulteriori morbilità e mortalità.

Studiati i pazienti dello studio ERICH
In questa analisi, i ricercatori hanno valutato i pazienti dalla coorte di casi di ICH spontanea dello studio ERICH (Ethnic/Racial Variations of Intracerebral Emorrhage). Tutti i pazienti hanno usato la terapia antipiastrinica prima di presentarsi con ICH.

Un totale di 859 pazienti con ICH spontaneo si è qualificato per lo studio: 127 sono stati riavviati in terapia antipiastrinica dopo la dimissione ospedaliera, 732 no. Usando il punteggio di propensione, i ricercatori hanno abbinato i gruppi in proporzione 1: 1, con ciascuna coorte costituita da 107 pazienti.

Il posizionamento del drenaggio ventricolare esterno (EVD) – 15,9% vs 6,5% – e quello dello shunt del liquido cerebrospinale (CSF) – 6,5% vs 0,9% – erano più comuni tra i pazienti che non avevano ricominciato la terapia antipiastrinica; altrimenti, le coorti erano simili.

L’outcome primario era un punteggio alla Rankin Scale modificata (mRS) da 0 a 2 (indipendenza funzionale) a 90 giorni. Gli outcome secondari includevano outcome eccellenti (punteggio mRS da 0 a 1), mortalità e misure disabilità e di qualità della vita correlata alla salute.

Per l’outcome primario i due gruppi non mostravano differenze significative (36,5% vs 43,9%, P = 0,105). La differenza nella frequenza dell’outcome primario non era significativa ed è rimasta tale dopo aggiustamento per conta piastrinica, storia di endoarteriectomia carotidea, posizionamento di EVD e dello shunt CSF. Nessuna differenza è stata trovata negli outcome secondari.

«Nonostante la decisione di ricominciare la terapia antipiastrinica rimanga a discrezione del medico curante, il riavvio della terapia antiaggregante dovrebbe essere considerato nei pazienti con emorragie di gravità da lieve a moderata e con significativi fattori di rischio cardiovascolare» secondo Chen e colleghi.

Non pochi i limiti dell’analisi
Gli autori hanno elencato alcune limitazioni al loro studio. Non potevano differenziare l’indicazione specifica per l’uso della terapia antipiastrinica in ciascun paziente e i risultati potrebbero essere stati influenzati dall’indicazione come elemento confondente.

Solo l’1,6% dei pazienti con ICH ha ripreso la duplice terapia antiaggregante (DAPT) dopo il ricovero, pertanto il confronto tra la ripresa della duplice terapia rispetto alla monoterapia non ha potuto essere attuato.

I ricercatori non avevano informazioni su recidive di ICH, complicazioni emorragiche, eventi cardiovascolari e complicanze tromboemboliche dopo la dimissione. Non erano disponibili differenze in termini di specifici farmaci antipiastrinici e dosi di terapia.

I risultati, infine, potrebbero non essere applicabili a tutti i pazienti con ICH: la maggior parte delle persone in questo studio aveva punteggi ICH relativamente bassi e volumi ridotti di ICH.

Riferimento bibliografico:
Chen CJ, Ding D, Buell TJ, et al. Restarting antiplatelet therapy after spontaneous intracerebral hemorrhage: Functional outcomes. Neurology. 2018 May 30. doi: 10.1212/WNL.0000000000005742. [Epub ahead of print]

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emorragia-intracerebrale-in-pazienti-sotto-antiaggreganti-sicuro-riavviare-la-terapia-alla-dimissione-27099

Parkinson, una possibile protezione dai farmaci che sopprimono il sistema immunitario?

I pazienti che assumono farmaci immunosoppressori hanno minore probabilità di sviluppare la malattia di Parkinson (PD). Lo sostiene uno studio della Washington University School of Medicine di St. Louis, pubblicati online sugli “Annals of Clinical and Translational Neurology”.

Gli autori, guidati da Brad Racette, docente di Neurologia presso l’ateneo citato, suggeriscono che lo stesso sistema immunitario di una persona aiuta a indirizzarlo verso il PD. Il contenimento del sistema immunitario mediante farmaci immunosoppressori potrebbe quindi prevenire il disturbo neurologico.

«L’idea che il sistema immunitario di un soggetto potesse contribuire al danno neurologico è emersa già da un po’ di tempo» scrivono Racette e colleghi.
«Noi abbiamo scoperto che l’assunzione di alcune classi di immunosoppressori riduce il rischio di sviluppare il PD. Un gruppo di farmaci in particolare sembra davvero promettente e richiede ulteriori indagini per determinare se può rallentare la progressione della malattia» aggiungono.

Da dati disomogenei il riscontro di un fatto costante
L’anno scorso, Racette e colleghi hanno analizzato milioni di cartelle cliniche e sviluppato un algoritmo per predire quali persone avrebbero ricevuto la diagnosi di PD. Mentre estraevano i dati, scoprirono che le persone con diversi tipi di malattie autoimmuni, inclusa la colite ulcerosa, avevano meno probabilità di ricevere la diagnosi di PD rispetto alla popolazione generale.

Le malattie autoimmuni erano un insieme misto, legato a una miriade di difetti nel sistema immunitario e che colpivano una varietà di sistemi di organi. Era difficile capire come un tale disomogeneo gruppo di malfunzionamenti del sistema immunitario potesse finire per avere lo stesso effetto benefico.

I ricercatori hanno notato, tuttavia, che molte malattie autoimmuni avevano un aspetto in comune: erano per l’appunto tutte trattate con farmaci che attenuano l’attività immunitaria. Hanno pensato che avere una malattia autoimmune poteva essere un fatto senz’altro negativo, ma poter trattare tutti per una specifica patologia (il PD, appunto) poteva invece essere un fatto positivo.

Racette e colleghi hanno analizzato i dati relativi alla prescrizione di farmaci su Medicare per un totale di 48.295 persone con diagnosi di PD nel 2009 e 52.324 persone che non hanno mai avuto diagnosi di PD.

Hanno identificato 26 immunosoppressori comunemente prescritti, che rappresentano sei classi di farmaci. I ricercatori hanno determinato quali persone nel set di dati avevano ricevuto prescrizioni per uno qualsiasi dei farmaci un anno o più prima della data della diagnosi o entro una data limite predefinita.

Le prescrizioni redatte nei 12 mesi precedenti la diagnosi o dal cut-off sono state escluse per evitare ogni possibilità che le prescrizioni fossero state collegate ai primi segni della malattia.

Benefici più evidenti da corticosteroidi e inibitori dell’inosina monofosfato deidrogenasi
Il team di Racette ha scoperto che le persone che assumevano farmaci in una di due classi avevano significativamente meno probabilità di sviluppare il PD rispetto a quelli che non assumevano immunosoppressori.

In particolare, i soggetti che assumevano corticosteroidi come il prednisone avevano il 20% in meno di probabilità di avere una diagnosi di PD, mentre quelle trattate con inibitori della inosina monofosfato deidrogenasi (IMDH) avevano circa un terzo di probabilità minore.

Quando i ricercatori hanno incluso specifiche malattie autoimmuni nella loro analisi, i rischi calcolati non sono cambiati, suggerendo che la differenza era dovuta all’uso dei farmaci e non alle malattie di base che si stavano trattando.

I risultati suggeriscono che la riduzione dell’immunità immunitaria con i farmaci può tenere a freno il PD. Ma farlo rende anche le persone più suscettibili alle malattie infettive e al cancro. I benefici dei farmaci immunosoppressori superano i costi per le persone con gravi malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide.

Del resto i medici probabilmente esiterebbero a prescrivere a persone sane farmaci ‘rischiosi’ per evitare il PD, soprattutto perché non esiste un modo affidabile per prevedere chi è sulla strada per sviluppare la malattia.

«Quello di cui si ha davvero bisogno è un farmaco per le persone che sono state appena diagnosticate, per prevenire il peggioramento della malattia» affermano gli autori. «È ragionevole supporre che se un farmaco riduce il rischio di contrarre il PD, rallenterà anche la progressione della malattia, ed è quello che stiamo esplorando».

I corticosteroidi hanno molti effetti collaterali e i medici già cercano di minimizzarne l’uso, quindi Racette e colleghi hanno rivolto la loro attenzione agli IMDH.

«Il nostro prossimo passo è condurre uno studio proof-of-concept su persone con PD di nuova diagnosi per vedere se questi farmaci hanno l’effetto atteso sul sistema immunitario» spiegano Racette e colleghi. «È troppo presto per pensare a sperimentazioni cliniche per vedere se si modifica la malattia, ma la possibilità è intrigante».

Riferimento bibliografico:
Racette BA, Gross A, Vouri SM, et al. Immunosuppressants and risk of Parkinson disease. Ann Clin Translat Neurol, 2018 May 31. doi:10.1002/acn3.580. [Epub ahead of print]

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/parkinson-una-possibile-protezione-dai-farmaci-che-sopprimono-il-sistema-immunitario-27026

Il sì degli epilettologi alla cannabis terapeutica, ma con cautela

C’è grande fermento nella comunità scientifica e tra i pazienti che convivono ogni giorno con l’epilessia, grazie a nuovi studi sulla cannabis terapeutica e ai risultati positivi derivanti dai recenti studi controllati internazionali riguardo l’efficacia del cannabidiolo (CBD) su alcune forme rare e farmaco-resistenti di encefalopatia epilettica, come la Sindrome di Dravet e la Sindrome di Lennox-Gastaut.

“E’ la prima volta che il tema delicato della terapia dell’epilessia con i derivati della cannabis si discute ufficialmente in occasione di uno dei nostri incontri scientifici e l’occasione è il 41° Congresso Nazionale della Lega Italiana contro l’epilessia (LICE), la società scientifica cui fanno riferimento i principali esperti di epilessia nel nostro Paese. – ha dichiarato il prof. Oriano Mecarelli, epilettologo della Università La Sapienza di Roma e Presidente LICE.

Dal THC al cannabidiolo
La marjuana è un’erba che contiene numerosissime sostanze tra cui oltre 100 cannabinoidi, e ad essere particolarmente studiato oggi come antiepilettico è il cannabidiolo (CBD) – racconta alla platea congressuale il Prof. Giovanni Ambrosetto, neurologo dell’Università di Bologna. Fino a una decina di anni fa, quando si parlava di marjuana per scopi terapeutici si discuteva quasi esclusivamente delle proprietà del tetraidrocannabinolo (THC), la sostanza psicoattiva che identificava la marjuana come stupefacente. Gli studi erano maggiormente concentrati sul THC. Da quando si è scoperto, quasi per caso, che invece il cannabidiolo aveva un effetto notevole su alcune encefalopatie epilettiche, gli studi si sono spostati dal THC al CBD.

“C’è un grande entusiasmo sulle proprietà terapeutiche di questa molecola (CBD), a mio avviso anche un po’ forse eccessivo, anche perché è probabile che il nome della pianta susciti di per sé un effetto placebo per chi fa della naturopatia/fitoterapia un credo assoluto – prosegue Ambrosetto, che, a tal proposito, lancia il seguente messaggio ai medici: dobbiamo imparare a conoscere le proprietà di queste sostanze come da sempre facciamo con gli altri farmaci antiepilettici, allontanando i pregiudizi che le accompagnano ma non credendo nemmeno a risultati miracolosi. La Società scientifica in questo gioca un ruolo importante, ed in tal senso LICE deve diventare il punto di riferimento su epilessia e cannabis terapeutica, anche attraverso l’implementazione di un forum online sul sito istituzionale che possa servire da spazio per il confronto e la raccolta di informazioni”.

La situazione italiana
La cannabis a uso terapeutico in Italia è legale ed è regolata dalla Legge “Di Bella”. Il medico può quindi prescrivere una preparazione magistrale galenica con ricetta bianca non ripetibile, il cui costo però sarà a totale carico del richiedente.

“Probabilmente entro la fine del prossimo anno, –  ha dichiarato Monica Lodi del Centro Regionale per l’Epilessia Neurologia Pediatrica Fatebenefratelli di Milano – arriverà in commercio una soluzione oleosa a base di CBD pressoché puro, che potrà essere prescritta dai Centri di riferimento per le malattie rare ai soggetti affetti da Sindrome di Dravet e Sindrome di Lennox-Gastaut.” Attualmente invece sono reperibili legalmente dei preparati galenici a totale carico del richiedente che contengono percentuali variabili di CBD e THC. “La preparazione galenica è soggetta a maggiore variabilità nel trattamento dei componenti, e di conseguenza a minore controllo rispetto a un prodotto farmaceutico. La pianta inoltre risente di moltissime variabili, anche in base alle caratteristiche del terreno in cui viene coltivata” – prosegue Lodi, coordinatore del Gruppo di studio sulla cannabis terapeutica della LICE. “Il lavoro del gruppo di studio LICE consiste in una mappatura di cosa sta succedendo in Italia rispetto alle prescrizioni galeniche di cannabis. LICE chiede un’omogeneità di preparazione dei prodotti a partire dalla pianta, fino all’ultimo stadio della catena di preparazione, per garantire sicurezza ed efficacia per il paziente.

Sì alla cannabis, ma con cautela
La LICE quindi intende cominciare con l’occasione a chiarire molti aspetti riguardo il trattamento dell’epilessia con derivati della cannabis, considerando che esiste ancora tanta confusione, sia tra gli operatori del settore che tra i pazienti ed i familiari. La cannabis per uso terapeutico non è in alcun modo paragonabile ad una sostanza stupefacente. “Secondo recentissimi studi controllati pubblicati su autorevoli riviste internazionali, il trattamento con CDB riduce la frequenza delle crisi epilettiche e migliora la qualità della vita nelle suddette forme di encefalopatia epilettica farmaco-resistente ad esordio in età infantile e quindi ora abbiamo evidenze scientifiche che il CBD è efficace come terapia aggiuntiva a quella standard. Ma è importante sottolineare – ha dichiarato Mecarelli – che non abbiamo dati completi sull’efficacia a lungo termine e sul profilo di sicurezza del CBD, così come non conosciamo completamente le possibili interazioni con altri farmaci antiepilettici. In conclusione, visto che parliamo di forme di epilessia finora intrattabili l’entusiasmo per una nuova opportunità terapeutica è più che giustificato ma occorre anche cautela e sono necessari ulteriori studi “– conclude Mecarelli.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/il-s-degli-epilettologi-alla-cannabis-terapeutica-ma-con-cautela-27013

SLA: ottenuti motoneuroni dal sangue, importante passo avanti della ricerca italiana

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA), è una malattia terribile. Un puzzle genetico e ambientale che sfida la ricerca neurologica. Fino ad oggi studiabile attraverso i pazienti, il loro DNA, il siero, il liquor, su cui si sono fatti notevoli progressi. Oggi si aggiunge però una nuova importantissima possibilità: studiare il bersaglio principale della malattia, i motoneuroni in coltura, quindi in laboratorio. Sono loro, i motoneuroni, le cellule che progressivamente, ad ogni livello, controllando ogni genere di movimento muscolare, compreso quello respiratorio, cessano di “funzionare”. Con esito fatale.

Assieme alla ricerca genetica sulla SLA, si aggiunge ora la possibilità di studiare in laboratorio i motoneuroni dei soggetti malati confrontadoli con quelli delle persone sane. È con questo nuovo strumento che si potrà avanzare nella ricerca per portare una soluzione pratica ai malati di SLA. In pratica, i ricercatori italiani hanno dimostrato la possibilità di ottenere motoneuroni da un semplice, e perciò ripetibile, prelievo di sangue.

Lo studio italiano, pubblicato da Stem Cell Research, è stato condotto presso il Laboratorio di Neuroscienze dell’ Irccs Istituto Auxologico Italiano e relativo alla riprogrammazione in cellule staminali pluripotenti indotte (iPSCs) di cellule somatiche adulte con il loro successivo differenziamento in cellule motoneuronali.

La novità di questa ricerca consiste nel fatto che si è scelto di utilizzare come materiale di partenza cellule emopoietiche, cioè del sangue, del paziente invece dei fibroblasti cutanei più comunemente utilizzati, approccio giustificato dalla scarsa invasività della procedura che prevede un prelievo di sangue periferico, con possibilità quindi di replicare senza problemi l’ approvvigionamento di cellule dallo stesso paziente.

«I motoneuroni ottenuti sia da un paziente affetto da sclerosi laterale amiotrofica (SLA) che da un controllo», afferma la ricercatrice Patrizia Bossolasco del Laboratorio di neuroscienze dell’Auxologico che ha firmato il lavoro accanto a Francesca Sassone, Valentina Gumina, Silvia Peverelli e Maria Garzo,  «rappresentano la prima evidenza in assoluto di potere studiare cellule motoneuronali differenziate in vitro ottenute dal circolo periferico».

«L’evidenza sperimentale costituisce una vera e propria prova di principio», aggiunge Vincenzo Silani, primario di neurologia dell’ Istituto Auxologico Italiano – Centro Dino Ferrari Università degli Studi di Milano, di cui è professore ordinario, «che conferma il nostro impegno a definire i meccanismi di malattia sulle cellule dello stesso paziente».

Le iPSCs, sviluppate da Shin’ya Yamanaka e per le quali è stato insignito del premio Nobel per la medicina nel 2012, consentono di ottenere cellule staminali con caratteristiche del tutto paragonabili a quelle embrionali, partendo però da cellule adulte e nel caso specifico dalla cute. Queste cellule sono quindi prive di tutte le limitazioni etiche correlate all’utilizzo di embrioni. Le iPSCs possono essere successivamente differenziate in qualsiasi tipo cellulare, rivelandosi quindi un efficacissimo modello di studio in vitro. Sono particolarmente utili per studiare le malattie neurodegenerative in quanto la possibilità di ottenere cellule neuronali patologiche per studi in vitro da soggetti vivi è pressoché nulla senza procedure invasive.

In questo studio, nel quale sono state riprogrammate cellule periferiche da un paziente affetto da SLA, sono state differenziate cellule motoneuronali che hanno mantenuto le caratteristiche biomolecolari del paziente, portatore di una mutazione patogenetica nel gene TARDBP (p.A382T). «La proteina codificata mutata TDP-43», spiega la dott.ssa Bossolasco, «è risultata essere preferenzialmente localizzata nel nucleo ma con tendenza alla delocalizzazione nel citoplasma rispetto al controllo, potenzialmente avviando il processo neurodegenerativo motoneuronale ben conosciuto nel paziente».

«Questo notevole risultato», prosegue il Vincenzo Silani, «testimonia la nostra perseveranza nel voler ottenere un modello cellulare in vitro da accostare al paziente: nel 1998 avevamo firmato la prima evidenza di un possibile isolamento di motoneuroni umani utilizzando metodiche di separazione cellulare per il recettore al Nerve Growth Factor (NGF) o p75-NGF-R, ed ora apriamo un nuovo scenario per individuare molecole potenzialmente attive sullo stesso paziente che abbiamo in studio. La raccolta di biomarcatori oggi si arricchisce, quindi, di cellule che potranno condurci ad una terapia personalizzata e più efficace».

Insieme ad un numero sempre crescente di pubblicazioni scientifiche riguardanti le iPSCs, questo lavoro contribuisce a dimostra la validità di un modello in vitro e ad avvalorare le infinite prospettive future per lo studio di numerose patologie. L’ Irccs Istituto Auxologico Italiano vanta una vasta esperienza di staminologia che oggi si arricchisce di un nuovo efficace modello grazie al perseverante impegno dei ricercatori, volti all’  obbiettivo di trovare strumenti funzionali alla definizione della miglior terapia non solo per la SLA ma per le malattie neurodegenerative più in generale quali le demenze e le malattie extrapiramidali.

«La così raggiunta possibilità di ottenere cellule staminali totipotenti dal sangue periferico del paziente», conclude Vincenzo Silani, «rappresenta una opportunità senza precedenti di ottenere cellule poi differenziabili in ogni fenotipo cellulare necessario senza limitazione di prelievo: il paziente potrà fornire tutte le volte necessarie un prelievo di sangue. I fenotipi cellulari potranno essere programmati: se saranno necessarie cellule neuronali, potremo pianificare tutti i sottotipi necessari ma ciò vale anche per gli oligodendrociti, gli astrociti, e così via. Non ultima la possibilità di ottenere organoidi, cioè degli agglomerati tridimensionali di cellule a mimare un organo, come la attuale letteratura ci inizia a dimostrare. Per la ricerca del nostro gruppo che mira a comprendere i meccanismi patogenetici della SLA  come di altre patologie neurodegenerative la possibilità di ottenere con facilità cellule neuronali dal paziente rappresenta una opportunità senza precedenti di studio anche per possibili terapie personalizzate nel singolo paziente. Si conclude così il progetto che avevamo in animo da tempo di apprestare una biobanca di cellule relative ai nostri pazienti che possa essere utilizzata unitamente a loro DNA, siero, liquor per decifrare la patogenesi della malattia nel singolo paziente».

Motor neuron differentiation of iPSCs obtained from peripheral blood of a mutant TARDBP ALS patient
Bossolasco P, Sassone F, Gumina V, Peverelli S, Garzo M, Silani V.
Stem Cell Res. 2018 May 17;30:61-68. doi: 10.1016/j.scr.2018.05.009.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/sla-ottenuti-motoneuroni-dal-sangue-importante-passo-avanti-della-ricerca-italiana-27008

LICE: verso le Linee guida sulla terapia farmacologica dell’epilessia tumorale

I tumori cerebrali rappresentano una causa comune di epilessia: circa il 5% di tutte le epilessie hanno una origine tumorale e le crisi epilettiche sono una frequente manifestazione di tumore cerebrale.  Il tema dell’utilizzo dei farmaci nella gestione del paziente con epilessia e tumore cerebrale rappresenta un problema; infatti spesso le crisi epilettiche non sono controllate da un singolo antiepilettico e può essere necessaria una politerapia. Ciò comporta un conseguente rischio di interazioni farmacologiche che possono aumentare il numero e la gravità degli eventi avversi o ridurre l’efficacia della terapia stessa o dei chemioterapici associati diminuendo significativamente la qualità della vita del paziente. Di questo e di altri aspetti correlati se ne è discusso in occasione del 41°Congresso Nazionale LICE.

“Frequentemente la problematica epilessia viene sottovalutata o messa in secondo piano rispetto alla questione principe: il tumore. – ha dichiarato il dott. Roberto Michelucci, primario di neurologia presso l’ospedale Bellaria di Bologna e neo-coordinatore del gruppo di studio LICE su epilessia e tumori cerebrali – Invece, a prescindere dall’evoluzione del tumore, la diagnosi di epilessia dovrebbe essere effettuata il più precocemente possibile per avviare nei tempi e modi corretti una terapia adeguata al fine di ridurre le conseguenze negative delle crisi sulle condizioni del paziente e la sua qualità della vita.”

I tumori cerebrali, rappresentano 1,1-2% di tutti i tumori degli adulti e sono considerati tumori rari. L’incidenza globale dei tumori cerebrali (TC) è di 18,71 casi per 100.000 abitanti/anno. L’epilessia è il sintomo d’esordio nel 20-40% dei pazienti, mentre un ulteriore 20-45% le presenterà durante il corso della malattia. Nel complesso, l’incidenza di epilessia nelle persone con tumori cerebrali, indipendentemente dalla sede anatomica della lesione, varia dal 35 a 70%.

Il gruppo di studio della LICE si è occupato di redigere le Linee Guida sulla terapia farmacologica dell’epilessia tumorale, che sono in fase avanzata di elaborazione. “Tale documento – ha dichiarato la dott.ssa Marta Maschio, Responsabile del Centro per la Cura dell’Epilessia Tumorale all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – acquista particolare valore anche alla luce dei nuovi orientamenti nazionali che attribuiscono alle Linee Guida un ruolo spesso determinante nel definire la responsabilità professionale. E’ ora entrata in vigore una legislazione che stabilisce criteri e metodologie estremamente rigorosi per la produzione di Linee Guida attribuendo alle Società Scientifiche un ruolo decisivo nel proporre tali documenti secondo standard metodologici ben definiti al fine di inserirli nel Sistema Nazionale per le Linee Guida”- conclude Maschio.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/lice-verso-le-linee-guida-sulla-terapia-farmacologica-dellepilessia-tumorale–27014

Ictus ischemico, antagonista dell’Interleuchina-1 riduce l’infiammazione predittiva di esiti peggiori

Un farmaco antinfiammatorio somministrato a pazienti nelle prime fasi di un ictus è in grado di ridurre il dannoso stato infiammatorio contestuale al processo ischemico. Lo hanno dimostrato ricercatori dell’Università di Manchester e del Salford Royal NHS Foundation Trust in uno studio di fase 2 denominato SCIL-STROKE (Subcutaneous Interleukin-1 Receptor Antagonist in Ischemic Stroke) pubblicato online su “Stroke”.

Il farmaco, antagonista del recettore dell’Interleuchina-1 (IL-1Ra) e già autorizzato (con il nome di Kineret) per il trattamento dell’artrite reumatoide, è stato somministrato con una piccola iniezione per via sottocutanea senza causare ai pazienti alcuna reazione avversa identificabile.

«La proteina Interleuchina-1 (IL-1) fa parte delle difese del corpo ed è naturalmente prodotta per combattere una serie di malattie» ricordano gli autori, guidati da Craig J. Smith, del Greater Manchester Comprehensive Stroke Centre, presso il Manchester Academic Health Science Centre del Salford Royal NHS Foundation Trust (UK).

Tuttavia, gli scienziati dell’Università di Manchester avevano precedentemente dimostrato che la stessa IL-1 aumenta l’infiammazione e le lesioni cerebrali dopo un ictus. L’IL-1Ra agisce appunto bloccando l’azione di IL-1, che viene rilasciato nel corpo a seguito di un danno causato da un ictus.

Craig e colleghi, al momento, non sono in grado di dire con sicurezza in questa fase quanto la riduzione dell’infiammazione possa avere un impatto sugli esiti clinici.

Lo studio, finanziato dalla Stroke Association, fa seguito a ricerche precedenti che hanno dimostrato come questo farmaco somministrato per terapia endovenosa abbia ridotto l’infiammazione in pazienti con ictus o emorragia subaracnoidea.

Inizio del trattamento entro sei ore dall’insorgenza dei sintomi
Lo studio SCIL-STROKE – un trial in doppio cieco in cui l’IL-1Ra era testato contro placebo – ha valutato solo pazienti colpiti da ictus ischemico.

Gli 80 partecipanti allo studio – condotto presso il Greater Manchester Stroke Centre at Salford Royal – hanno ricevuto 6 dosi di farmaco o placebo per tre giorni. La prima dose è stata somministrata entro 6 ore dall’insorgenza dei sintomi dell’ictus.

I marker infiammatori sono stati misurati nel plasma prima dell’inizio del trattamento e durante il trattamento in corso di studio.

«Nonostante gli ictus interessino persone diverse in modi differenti, per molte persone hanno un effetto devastante sulla loro salute e sul loro benessere a lungo termine» hanno sottolineato gli autori «ed è noto che un’infiammazione eccessiva dopo un ictus è dannosa e predittiva di un esito peggiore nei pazienti».

Grazie a questo studio, affermano Smith e colleghi, «abbiamo dimostrato che le iniezioni di IL-1Ra, iniziate entro sei ore di esordio dell’ictus, riducono significativamente i marker infiammatori nel plasma dei pazienti».

Speranze affidate a trial confermativi già in fase di avvio
«Questo studio si basa su prove che IL-1Ra aiuta a ridurre l’infiammazione e il danno cerebrale in un’ampia gamma di pazienti colpiti da ictus subito dopo un’evento acuto» ha dichiarato Hilary Reynolds, direttore esecutivo di Strategia e Ricerca presso la Stroke Association. «Il farmaco deve essere somministrato rapidamente, tramite iniezione o una flebo».

«Ciò significa che può essere utilizzato in diverse situazioni» ha proseguito. «Per esempio potrebbe essere dato in ambulanza sulla via per l’ospedale. Il cervello perde circa 2 milioni di cellule cerebrali al minuto durante un ictus, quindi questo potrebbe costituire un importante passo in avanti nel trattamento rapido ed efficace dell’ictus».

«Questa ricerca» ha peraltro ammesso «non ha ancora provato che questo farmaco possa ridurre l’invalidità del paziente in fase post-ictale. Tuttavia, se ulteriori trial avranno successo, è auspicabile che si possano migliorare notevolmente gli esiti e la qualità della vita per le persone che hanno subito un ictus».

Ulteriori ricerche sono necessarie per verificare se l’IL-1Ra è un trattamento efficace per ictus ischemico e se può essere somministrato insieme attuali trattamenti come farmaci trombolitici.

Lo stesso gruppo di ricerca ha dimostrato che il farmaco riduce l’infiammazione ed è sicuro anche nei pazienti con emorragia subaracnoidea.

Per verificare definitivamente se l’IL-1Ra migliora gli esiti dei pazienti con emorragia subaracnoidea, prenderà il via quest’anno uno studio nazionale con questo farmaco su 1.000 pazienti finanziato dal Medical Research Council e dal National Institute for Health Research.

Contestualmente partirà un altro studio su 80 pazienti con emorragia intracerebrale finanziato dal National Institute for Health Research. Questo trial verificherà la riduzione dei marker infiammatori e testerà la sicurezza di IL-1Ra nell’emorragia intracerebrale. 

Riferimento bibliografico:
Smith CJ, Hulme S, Vail A, et al. SCIL-STROKE (Subcutaneous Interleukin-1 Receptor Antagonist in Ischemic Stroke): A Randomized Controlled Phase 2 Trial. Stroke, 2018 Mar 22. doi: 10.1161/STROKEAHA.118.020750. [Epub ahead of print]

 

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/ictus-ischemico-antagonista-dellinterleuchina-1-riduce-linfiammazione-predittiva-di-esiti-peggiori-26440

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