Category: <span>Risonanza Magnetica</span>

Cosa succede alle persone colpite da ictus o da altre malattie neurologiche durante questa nuova fase di emergenza Covid-19?

Una corsa contro il tempo per aumentare, ancora una volta, la disponibilità dei posti letto per le persone colpite da infezione da Covid-19. A distanza di mesi, purtroppo, stiamo vivendo la seconda ondata di una delle più gravi emergenze sanitarie non solo del nostro Paese ma del mondo intero e stiamo assistendo nuovamente ad un profondo riadeguamento del sistema ospedaliero italiano. La Società Italiana di Neurologia (SIN), insieme ad A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) e all’Organizzazione Italiana per lo Stroke (ISO) esprimono preoccupazione perché i posti letto dei reparti di neurologia di numerosi ospedali sono stati ancora una volta riconvertiti per la cura dei pazienti Covid-19anche in tempi di pandemia, però, un Sistema Sanitario Nazionale deve riuscire a garantire i migliori servizi possibili per i pazienti affetti da malattie non trasmissibili, in particolare per quelli con condizioni acute come ictus, traumi cranici, crisi epilettiche, polineuriti acute, sclerosi multipla, i cui trattamenti sono comunque sempre tempo-dipendenti.

Nei mesi più acuti della pandemia – ha commentato il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) – sono diminuiti drasticamente non solo i controlli clinici di pazienti con varie patologie neurologiche, ma anche gli accessi in emergenza ai Pronto Soccorso per malattie diverse dalla infezione da Covid-19, in parte a causa della riorganizzazione degli ospedali e in parte anche per il timore, da parte della popolazione, di contrarre il virus in Ospedale. Sappiamo però che un ictus non curato, o curato in ritardo, comporta non solo un rischio di esito fatale, ma anche maggiori disabilità, con conseguenze drammatiche sulla vita delle persone e sui costi sanitari e sociali conseguenti alla malattia. E sappiamo anche che tanti pazienti affetti da malattie neurologiche croniche (demenza, malattia di Parkinson, cefalee, sclerosi multipla) non riescono, per gli stessi motivi, ad avere l’assistenza di cui necessitano”.

In questi ultimi giorni, in diverse Regioni, sono state già bloccate le attività di ricoveri non urgenti nelle strutture ospedaliere che hanno dovuto essere rapidamente riconvertite per le degenze Covid, ma questa seconda ondata non può trovarci impreparati come nella prima fase. È necessario mantenere il più possibile le attività, in risposta alle patologie e alle problematiche assistenziali dei pazienti non-Covid in elezione e in urgenza, sia in regime ospedaliero sia in quello ambulatoriale.

“Nel corso della prima fase della pandemia – ha dichiarato Nicoletta Reale, Presidente A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) – la nostra Federazione aveva più volte lanciato l’allarme per la notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali (circa il  40%-50% di accessi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), continuando a sottolineare quanto fosse importante non sottovalutare i sintomi che possono costituire i “campanelli d’allarme” di questa patologia ed evidenziando come le persone colpite abbiano comunque continuato ad avere percorsi sicuri e dedicati”.

“Le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) – ha aggiunto il Prof. Danilo Toni, Presidente Italian Stroke Organization (ISO) – sono riuscite e riescono ancora a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno gestito e continuano a gestire i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale”.

Ma cosa succede a questi pazienti una volta terminata la fase acuta, se non ci sono posti letto disponibili nei reparti di Neurologia? Il percorso del paziente con ictus, così come con altre malattie neurologiche acute, una volta superata la fase di emergenza, prevede assistenza multiprofessionale nei reparti di Neurologia, dove le competenze specialistiche comportano una migliore prognosi, anche a distanza.

L’Associazione che rappresenta i pazienti colpiti da ictus nel nostro Paese in sintonia con i Neurologi italiani tramite le Società Scientifiche intendono far sentire nuovamente la propria voce, ribadendo quanto sia importante mantenere attivi i posti letto delle Neurologie in modo da garantire la continuità del trattamento più adeguato anche nella delicata fase del post ictus e della fase post-acuta delle altre malattie neurologiche. È fondamentale riuscire a organizzare al meglio, oltre alla routinaria assistenza al paziente, gli eventuali trasferimenti nelle neuroriabilitazioni, non trascurando le necessità di adattamento alla malattia e le possibili difficoltà di famiglie e caregiver, perno fondamentale di tutta la riorganizzazione, laddove sia possibile e auspicabilmente previsto il rientro al domicilio.

La riduzione e, in alcuni casi, la sospensione delle visite ambulatoriali e degli accessi ai Day Hospital neurologici a causa del Covid rischia di avere conseguenze catastrofiche, con un probabile aumento della mortalità e della disabilità, anche superiore a quello della prima ondata, cui si aggiunge un rischio ovviamente maggiore di non sopravvivere al virus per chi soffre di malattie cerebro-cardiovascolari.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/cosa-succede-alle-persone-colpite-da-ictus-o-da-altre-malattie-neurologiche-durante-questa-nuova-fase-di-emergenza-covid-19–33804/?fbclid=IwAR3DeQzkFl9X6KhulNQk8ChBYt2tXDCnJ-Zum9Vw1y_F_gw62D-6A2iVPf0

Diagnosi e trattamento del lieve decadimento cognitivo modificabili con PET amiloide di routine

Le scansioni di tomografia ad emissione di positroni (PET) dell’amiloide, inserite come parte integrante di una routine di esami diagnostici, possono modificare la diagnosi e il trattamento in pazienti con lieve decadimento cognitivo (MCI), secondo uno studio prospettico diagnostico condotto in Olanda e pubblicato online su “JAMA Neurology”.

In sintesi, l’offerta di un imaging PET dell’amiloide a tutti i pazienti in una clinica specializzata in disturbi di memoria ha portato a un cambiamento di diagnosi eziologica nel 25% dei pazienti e a una modificazione del trattamento nel 24% dei casi, riferiscono gli autori coinvolti nel progetto ABIDE (Alzheimer’s Biomarkers in Daily Practice, diretti da Arno de Wilde, del VU University Medical Center di Amsterdam.

Le ricerche precedenti sull’uso clinico dell’imaging dell’amiloide hanno studiato popolazioni molto selezionate e non riflettono la pratica quotidiana, osservano de Wilde e colleghi. «Al contrario» affermano «noi abbiamo utilizzato una coorte non selezionata di clinica della memoria, offrendo la PET amiloide a tutti i pazienti in visita nella nostra istituzione. Ai fini di questo studio, abbiamo implementato la PET amiloide nel nostro lavoro diagnostico di routine».

I nostri risultati dimostrano che la PET amiloide ha importanti conseguenze, in termini di cambiamento nella diagnosi e nel trattamento, per un numero significativo di pazienti in una situazione molto simile alla pratica clinica, sostengono de Wilde e colleghi, secondo i quali questi risultati sono un passo importante nel colmare il divario tra l’utilizzo della PET amiloide in un ambiente di ricerca rispetto alla pratica clinica quotidiana.

Il progetto IDEAS: passare dalla ricerca alla clinica
In effetti, mentre la scansione PET dell’amiloide è stata ampiamente utilizzata nella ricerca, pochi studi hanno valutato la sua utilità nella pratica clinica. Uno studio in corso negli Stati Uniti è il progetto IDEAS (Imaging Dementia-Evidence for Amyloid Scanning), una collaborazione tra Medicare, l’Alzheimer’s Association e l’American College of Radiology per studiare gli outcomes di pazienti con MCI o demenza di eziologia incerta.

Un’analisi ad interim di IDEAS ha mostrato cambiamenti nella diagnosi e nel trattamento dopo scansioni PET dell’amiloide. Se il miglioramento degli outcomes saranno confermati, lo studio potrebbe aprire la strada al pagamento della prestazione da parte di Medicare e delle assicurazioni private. Finora, Medicare ha rifiutato un’ampia copertura per le scansioni PET dell’amiloide perché l’agenzia non era convinta che i risultati avrebbero influenzato positivamente gli outcomes dei pazienti.

Il protocollo e gli outcomes del progetto ABIDE
Tornando ad ABIDE (1), si tratta di un progetto triennale nei Paesi Bassi che mira ad applicare i test diagnostici di risonanza magnetica (RM), liquido cerebrospinale (CSF) e PET amiloide utilizzati nella ricerca alla pratica clinica quotidiana, concentrandosi sui pazienti con MCI.

In questo studio i ricercatori hanno offerto PET amiloide utilizzando florbetaben marcato con Fluoro-18 ai pazienti che hanno visitato la clinica terziaria della memoria presso il VU University Medical Center tra il gennaio 2015 e il dicembre 2016 come parte del loro esame diagnostico di routine per la demenza.

Hanno incluso nello studio 476 pazienti, più 31 pazienti con MCI dalla clinica della memoria dell’University Medical Center di Utrecht. I partecipanti avevano un’età media di 65 anni e il 39% era costituito da donne.

Per ciascun paziente, i neurologi hanno determinato una diagnosi PET di pre- e post-amiloide che includeva sia una sindrome clinica (demenza, MCI o declino cognitivo soggettivo) sia una eziologia sospetta (malattia di Alzheimer [AD] o meno) e hanno stimato quanto fossero affidabili le loro diagnosi. I neurologi hanno anche deciso se fossero necessari test ausiliari e stabiliti piani di trattamento.

Il punteggio medio del Mini-Mental State Examination della coorte era di 25. Del campione totale, il 32,3% ha ricevuto una diagnosi pretest di AD, il 13,8% di demenza non Alzheimer, il 22,5% di MCI e il 31,3% di declino cognitivo soggettivo.

I risultati della PET amiloide erano positivi per il 47,7% dei pazienti. L’eziologia sospetta è cambiata per il 24,7% dei pazienti dopo la PET amiloide, più spesso derivante da un risultato negativo (31%) che positivo (18%) (P <0,01). L’affidabilità diagnostica è aumentata dall’80% all’89% (P <0,001).

Nel 24,3% dei casi, i neurologi hanno cambiato il trattamento post-PET del paziente, principalmente apportando modifiche ai farmaci – iniziando la somministrazione di inibitori della colinesterasi e indirizzando i pazienti a studi clinici – nel caso di pazienti con scansioni positive.

I bias rilevati da un editoriale e dagli stessi autori
«Questa ricerca dimostra che la PET amiloide migliora l’accuratezza diagnostica e può aiutare i pazienti e le famiglie a prendere importanti decisioni su farmaci, impiego, finanze e partecipazione a studi clinici» osserva Stephen Salloway, della Alpert Medical School della Brown University di Providence, in un editoriale di commento (2).

«Ma ci sono questioni da considerare» aggiunge. «I pazienti in questo studio erano più giovani di molte persone con AD e avevano meno malattie da comorbilità rispetto a molti pazienti con compromissione cognitiva nella pratica clinica».

«C’è una certa preoccupazione nel generalizzare questi risultati nelle cure primarie o nelle impostazioni della clinica della memoria» scrive ancora Salloway.

«L’introduzione di una coorte con declino cognitivo soggettivo è nuova, ma non è chiaro come interpretare il significato di una scansione amiloide negativa in un 61enne con declino cognitivo soggettivo, e non abbiamo ancora marcatori prognostici attendibili da stimare la probabilità e il momento del declino cognitivo nei pazienti con declino cognitivo soggettivo che hanno una scansione amiloide positiva» puntualizza.

I ricercatori hanno elencato altre possibili limitazioni al loro studio: la principale misura di outcome era il cambiamento nella diagnosi che riflette, in parte, le convinzioni dei medici.

Inoltre, ammettono, l’impostazione dello studio si è discostata dalla normale pratica clinica in diversi modi importanti: i ricercatori hanno offerto la PET amiloide a tutti i pazienti e non solo ai casi diagnosticamente incerti; il neurologo primario può o non può aver visto il paziente; e i pazienti non hanno sempre ricevuto i risultati della loro scansione.

Riferimenti bibliografici:
1) de Wilde A, van der Flier WM, Pelkmans W, et al. Association of Amyloid Positron Emission Tomography With Changes in Diagnosis and Patient Treatment in an Unselected Memory Clinic Cohort: The ABIDE Project. JAMA Neurol. 2018 Jun 11. doi: 10.1001/jamaneurol.2018.1346. [Epub ahead of print]
leggi

2) Salloway S. Improving Evaluation of Patients With Cognitive Impairment With Amyloid Positron Emission Tomography. JAMA Neurol. 2018 Jun 11. doi: 10.1001/jamaneurol.2018.1010. [Epub ahead of print]
leggi

fonte:https://www.pharmastar.it/news/neuro/diagnosi-e-trattamento-del-lieve-decadimento-cognitivo-modificabili-con-pet-amiloide-di-routine–27094

Emorragia intracerebrale in pazienti sotto antiaggreganti. È sicuro riavviare la terapia alla dimissione?

Il riavvio della terapia antiaggregante in pazienti con emorragia intracerebrale (ICH) da lieve a moderata non è associato a esiti funzionali peggiori. Lo suggerisce un’analisi retrospettiva i cui risultati sono stati pubblicati online su “Neurology”.

I pazienti con ICH lieve o moderatamente grave non hanno avuto alcuna differenza di outcome in termini di indipendenza funzionale o di parametri di qualità della vita correlata alla salute se ripristinavano o non ripristinavano la terapia antipiastrinica, riferiscono gli autori, capeggiati da Ching-Jen Chen, della University of Virginia a Charlottesville (USA).

Una decisione sempre difficile
«Nei pazienti con ICH sottoposti a terapia antipiastrinica i medici spesso devono far fronte alla decisione di riavviare o meno la terapia antipiastrinica al momento della dimissione» ricordano.

«Sebbene l’uso di antipiastrinici dopo l’ICH sia associato a una diminuzione dell’incidenza di eventi ischemici cardiovascolari senza un rischio elevato di recidiva di ICH, gli outcome funzionali e le misure di qualità della vita correlate alla salute in queste circostanze sono rimaste poco chiare» specificano. «Queste misure potrebbero non essere rappresentate accuratamente solo dall’incidenza di eventi cardiovascolari ischemici o ICH ricorrenti».

L’efficienza della terapia antipiastrinica nella prevenzione primaria e secondaria degli eventi ischemici ha portato a un loro uso più ampio che, nonostante i benefici complessivi, può aumentare il rischio di ICH spontanee. Non occorre sottolineare che, per i pazienti che sopravvivono a un ictus emorragico iniziale, un secondo ICH è collegato a ulteriori morbilità e mortalità.

Studiati i pazienti dello studio ERICH
In questa analisi, i ricercatori hanno valutato i pazienti dalla coorte di casi di ICH spontanea dello studio ERICH (Ethnic/Racial Variations of Intracerebral Emorrhage). Tutti i pazienti hanno usato la terapia antipiastrinica prima di presentarsi con ICH.

Un totale di 859 pazienti con ICH spontaneo si è qualificato per lo studio: 127 sono stati riavviati in terapia antipiastrinica dopo la dimissione ospedaliera, 732 no. Usando il punteggio di propensione, i ricercatori hanno abbinato i gruppi in proporzione 1: 1, con ciascuna coorte costituita da 107 pazienti.

Il posizionamento del drenaggio ventricolare esterno (EVD) – 15,9% vs 6,5% – e quello dello shunt del liquido cerebrospinale (CSF) – 6,5% vs 0,9% – erano più comuni tra i pazienti che non avevano ricominciato la terapia antipiastrinica; altrimenti, le coorti erano simili.

L’outcome primario era un punteggio alla Rankin Scale modificata (mRS) da 0 a 2 (indipendenza funzionale) a 90 giorni. Gli outcome secondari includevano outcome eccellenti (punteggio mRS da 0 a 1), mortalità e misure disabilità e di qualità della vita correlata alla salute.

Per l’outcome primario i due gruppi non mostravano differenze significative (36,5% vs 43,9%, P = 0,105). La differenza nella frequenza dell’outcome primario non era significativa ed è rimasta tale dopo aggiustamento per conta piastrinica, storia di endoarteriectomia carotidea, posizionamento di EVD e dello shunt CSF. Nessuna differenza è stata trovata negli outcome secondari.

«Nonostante la decisione di ricominciare la terapia antipiastrinica rimanga a discrezione del medico curante, il riavvio della terapia antiaggregante dovrebbe essere considerato nei pazienti con emorragie di gravità da lieve a moderata e con significativi fattori di rischio cardiovascolare» secondo Chen e colleghi.

Non pochi i limiti dell’analisi
Gli autori hanno elencato alcune limitazioni al loro studio. Non potevano differenziare l’indicazione specifica per l’uso della terapia antipiastrinica in ciascun paziente e i risultati potrebbero essere stati influenzati dall’indicazione come elemento confondente.

Solo l’1,6% dei pazienti con ICH ha ripreso la duplice terapia antiaggregante (DAPT) dopo il ricovero, pertanto il confronto tra la ripresa della duplice terapia rispetto alla monoterapia non ha potuto essere attuato.

I ricercatori non avevano informazioni su recidive di ICH, complicazioni emorragiche, eventi cardiovascolari e complicanze tromboemboliche dopo la dimissione. Non erano disponibili differenze in termini di specifici farmaci antipiastrinici e dosi di terapia.

I risultati, infine, potrebbero non essere applicabili a tutti i pazienti con ICH: la maggior parte delle persone in questo studio aveva punteggi ICH relativamente bassi e volumi ridotti di ICH.

Riferimento bibliografico:
Chen CJ, Ding D, Buell TJ, et al. Restarting antiplatelet therapy after spontaneous intracerebral hemorrhage: Functional outcomes. Neurology. 2018 May 30. doi: 10.1212/WNL.0000000000005742. [Epub ahead of print]

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emorragia-intracerebrale-in-pazienti-sotto-antiaggreganti-sicuro-riavviare-la-terapia-alla-dimissione-27099

LICE: verso le Linee guida sulla terapia farmacologica dell’epilessia tumorale

I tumori cerebrali rappresentano una causa comune di epilessia: circa il 5% di tutte le epilessie hanno una origine tumorale e le crisi epilettiche sono una frequente manifestazione di tumore cerebrale.  Il tema dell’utilizzo dei farmaci nella gestione del paziente con epilessia e tumore cerebrale rappresenta un problema; infatti spesso le crisi epilettiche non sono controllate da un singolo antiepilettico e può essere necessaria una politerapia. Ciò comporta un conseguente rischio di interazioni farmacologiche che possono aumentare il numero e la gravità degli eventi avversi o ridurre l’efficacia della terapia stessa o dei chemioterapici associati diminuendo significativamente la qualità della vita del paziente. Di questo e di altri aspetti correlati se ne è discusso in occasione del 41°Congresso Nazionale LICE.

“Frequentemente la problematica epilessia viene sottovalutata o messa in secondo piano rispetto alla questione principe: il tumore. – ha dichiarato il dott. Roberto Michelucci, primario di neurologia presso l’ospedale Bellaria di Bologna e neo-coordinatore del gruppo di studio LICE su epilessia e tumori cerebrali – Invece, a prescindere dall’evoluzione del tumore, la diagnosi di epilessia dovrebbe essere effettuata il più precocemente possibile per avviare nei tempi e modi corretti una terapia adeguata al fine di ridurre le conseguenze negative delle crisi sulle condizioni del paziente e la sua qualità della vita.”

I tumori cerebrali, rappresentano 1,1-2% di tutti i tumori degli adulti e sono considerati tumori rari. L’incidenza globale dei tumori cerebrali (TC) è di 18,71 casi per 100.000 abitanti/anno. L’epilessia è il sintomo d’esordio nel 20-40% dei pazienti, mentre un ulteriore 20-45% le presenterà durante il corso della malattia. Nel complesso, l’incidenza di epilessia nelle persone con tumori cerebrali, indipendentemente dalla sede anatomica della lesione, varia dal 35 a 70%.

Il gruppo di studio della LICE si è occupato di redigere le Linee Guida sulla terapia farmacologica dell’epilessia tumorale, che sono in fase avanzata di elaborazione. “Tale documento – ha dichiarato la dott.ssa Marta Maschio, Responsabile del Centro per la Cura dell’Epilessia Tumorale all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – acquista particolare valore anche alla luce dei nuovi orientamenti nazionali che attribuiscono alle Linee Guida un ruolo spesso determinante nel definire la responsabilità professionale. E’ ora entrata in vigore una legislazione che stabilisce criteri e metodologie estremamente rigorosi per la produzione di Linee Guida attribuendo alle Società Scientifiche un ruolo decisivo nel proporre tali documenti secondo standard metodologici ben definiti al fine di inserirli nel Sistema Nazionale per le Linee Guida”- conclude Maschio.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/lice-verso-le-linee-guida-sulla-terapia-farmacologica-dellepilessia-tumorale–27014

Prevenire l’Alzheimer quando si è ancora mentalmente sani. Sarà possibile?

Quantità più elevate di amiloide nel cervello di soggetti anziani sono associate, con maggiore probabilità, ad un più rapido declino cognitivo suggestivo della malattia di Alzheimer. È quanto si osserva in uno studio pubblicato su JAMA in cui gli autori considerano le placche amiloidi un fattore di rischio per l’Alzheimer, anche se i risultati hanno un valore clinico ancora incerto.

Lo studio presenta l’amiloide come parte della malattia, il precursore prima che si manifestino i sintomi; “Questo studio sta cercando di sostenere il concetto che la malattia inizi prima dei sintomi, ponendo le basi per condurre interventi precoci”, ha dichiarato il dottor Michael Donohue, del Alzheimer’s Therapeutic Research Institute, Department of Neurology, University of Southern California, San Diego, e autore principale dello studio.

La malattia inizia prima dei sintomi
I ricercatori sostengono che il periodo di incubazione con placche amiloidi elevate, che corrisponderebbe alla fase asintomatica, potrebbe durare più a lungo dello stadio di demenza.
“Per avere un più grande impatto sulla malattia, dobbiamo intervenire il più presto possibile sull’amiloide, la causa molecolare che sta alla base”, ha dichiarato il dottor Paul Aisen, autore senior della ricerca, “Questo studio ci porta all’idea che elevati livelli di amiloide si trovino in una fase precoce dell’Alzheimer, il che potrebbe essere una tappa appropriata per la terapia anti-amiloide”.

I ricercatori hanno paragonato la placca amiloide nel cervello al colesterolo nel sangue; questi potrebbero essere silenti, con poche manifestazioni esterne fino a rivelarsi in un evento tragico. La cura potrebbe ostacolare la risultante malattia, la malattia di Alzheimer o l’infarto, mentre una diagnosi tardiva potrebbe lasciare segni irreversibili e sarebbe troppo tardi per iniziare un trattamento.
Sia il dottor Aisen che il dottor Donohue sperano che eliminare l’amiloide nella fase preclinica rallenti l’esordio dell’Alzheimer o addirittura lo arresti.

I biomarker dell’Alzheimer, in particolar modo la visualizzazione di placche amiloidi mediante la tomografia a emissione di positroni (PET) e la misurazione della beta-amiloide, totale della proteina tau e di tau fosforilata, attraverso l’esame del liquido cerebrospinale, permettono un’identificazione specifica degli individui con lieve decadimento cognitivo che probabilmente progredirà in demenza nell’Alzheimer.
Alcune evidenze suggeriscono che la diagnosi dell’Alzheimer sia preceduta da anni di sintomatologia silente, come un aumento dell’amiloide pur mantenendo una cognizione clinicamente normale.

“Considerata la probabile associazione tra accumulo di amiloide e declino cognitivo successivo nelle persone anziane ma cognitivamente normali, abbiamo voluto caratterizzare e quantificare il rischio di declino cognitivo relativo alla malattia di Alzheimer tra individui cognitivamente normali con elevati livelli di amiloide del cervello” hanno puntualizzato i ricercatori.

Sono state condotte analisi esplorative utilizzando dati longitudinali cognitivi e sui biomarker provenienti da 445 individui cognitivamente normali negli Stati Uniti e in Canada. I partecipanti sono stati osservati dal 23 agosto 2005 al 7 giugno 2016, per una media di 3,1 anni (massimo follow-up: 10,3 anni) come parte del Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).

Risultati interessanti
Utilizzando la PET e il dosaggio del liquido cerebrospinale, i partecipanti sono stati suddivisi in 2 gruppi, uno con quantità normale di amiloide accumulata (n = 243) e l’altro con quantità elevata di amiloide (n = 202).

Tra i 445 partecipanti l’età media (SD) era di 74 (5,9) anni e l’istruzione media era di 16,4 (2,7) anni. Il punteggio medio del PACC (Preclinical Alzheimer Cognitive Composite) al basale era 0.00 (2,60), 29,0 (1,2) del MMSE (Mini-Mental State Examination), 0,04 (0,14) del CDR-Sum of Boxes (Clinical Dementia Rating Sum of Boxes) e 13,1 (3,3) del Logical Memory Delayed Recall. Rispetto al gruppo con amiloide normale, i partecipanti con livelli elevati di amiloide avevano punteggi medi peggiori a 4 anni sul PACC (differenza media: 1,51 punti [95% Ic: 0,94-2,10], p <0,001), MMSE (differenza media: 0,56 punti [95% Ic: 0,32-0,80], p <0,001) e CDR-Sum of Boxes (differenza media: 0,23 punti [95% Ic: 0,08-0,38], p = 0,002). Per Logical Memory Delayed Recall a 4 anni il punteggio tra i gruppi non era statisticamente significativo (differenza media: 0,73 [95% Ic: -0,02-1,48], p = 0,056). Sulla base dei punteggi globali di cognizione, dopo 4 anni il 32% delle persone con amiloide elevata aveva sviluppato sintomi coerenti con la fase iniziale della malattia di Alzheimer, rispetto al 15% dei partecipanti con quantità normali di amiloide. Dopo 10 anni l’88% delle persone con amiloide elevata ha mostrato una significativa diminuzione mentale basata sui test globali cognitivi, mentre, solo il 29% delle persone con amiloide normale ha mostrato un declino cognitivo. “Questa serie di test e sue variazioni sono ampiamente utilizzate per rilevare la malattia di Alzheimer prima che i sintomi di demenza emergano” ha commentato Aisen che ha fatto sapere che queste valutazioni da loro utilizzate stanno diventando lo standard per gli studi di intervento sull’Alzheimer. Anche se l'amiloide elevata è associata al declino cognitivo successivo, lo studio non ha dimostrato una relazione causale. "Abbiamo bisogno di più studi che valutino le persone prima di avere i sintomi dell’Alzheimer", ha commentato il dottor Aisen. "Il motivo per cui molti trattamenti farmacologici promettenti non sono riusciti ad esserlo è perché si interviene nella fase finale della malattia, quando è troppo tardi. Il tempo migliore per intervenire è quando il cervello ancora funziona bene, quando le persone sono asintomatiche". Donohue M. C. Association Between Elevated Brain Amyloid and Subsequent Cognitive Decline Among Cognitively Normal Persons. JAMA. 2017 Jun 13;317(22):2305-2316. doi: 10.1001/jama.2017.6669. fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/prevenire-lalzheimer-quando-si-ancora-mentalmente-sani-sar-possibile-24495

Depositi cerebrali dopo risonanza con gadolinio. L’EMA ribadisce restrizioni all’uso

Nella sua ultima riunione, il Comitato di farmacovigilanza per la valutazione dei rischi (PRAC) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha riaffermato la sua conclusione secondo cui esistono prove convincenti circa la deposizione di gadolinio nei tessuti del cervello dopo l’uso di agenti di contrasto contenenti il metallo.

A seguito della precedente raccomandazione del marzo di quest’anno, alcuni titolari di autorizzazioni all’immissione in commercio hanno chiesto un riesame, come riporta un comunicato stampa dell’EMA. Il gadolinio è un metallo pesante che può essere trattenuto non solo nel cervello ma anche nell’osso e nella pelle. Gli agenti di contrasto a base di gadolinium (GBCA) hanno strutture chimiche lineari o macrocicliche.

Il risultato della revisione del PRAC
Come risultato della revisione (1), il PRAC raccomanda che l’acido gadossetico e l’acido gadobenico, agenti lineari endovenosi, dovrebbero essere utilizzati solo per le scansioni epatiche nelle situazioni in cui soddisfano un’importante necessità diagnostica. Inoltre, l’acido gadopentetico dovrebbe essere utilizzato solo per le scansioni articolari perché la concentrazione di gadolinio nella formulazione usata per le iniezioni intrarticolari è molto bassa.

Tutti gli altri agenti lineari endovenosa (gadodiamide, acido gadopentetico e gadoversetamide) devono essere sospesi in conformità alla raccomandazione del PRAC del marzo 2017.

L’altra classe di agenti a base di gadolinio noti come macrociclici (gadobutrolo, acido gadoterico e gadoteridolo) sono più stabili e hanno una minore propensione a rilasciare gadolinio rispetto agli agenti lineari. Questi, per l’EMA, possono continuare a essere utilizzati nelle loro indicazioni attuali ma alle dosi più basse atte a migliorare le immagini in modo sufficiente e solo quando le scansioni del corpo non contrastate non siano adatte.

La revisione iniziale del PRAC aveva suggerito la sospensione delle autorizzazioni all’immissione in commercio per quattro GBCA lineari per via delle prove secondo cui piccole quantità di gadolinio in essi contenuto si depositavano nel cervello. Gli agenti coinvolti, somministrati per via endovenosa, sono l’acido gadobenico, la gadodiamide, l’acido gadopentetico e la gadoversetamide: tutte sostanze usate per aumentare il contrasto delle immagini in risonanza magnetica (RM).

La revisione del PRAC ha trovato prove convincenti sull’accumulo di gadolinio nel cervello da studi che hanno misurato direttamente l’elemento nei tessuti del cervello e nelle aree di maggiore intensità del segnale viste in RM molti mesi dopo l’ultima iniezione di un GBCA.

Le raccomandazioni finali del PRAC saranno trasmesse al Comitato per i prodotti medicinali per uso umano per il suo parere. Anche se non ci sono state segnalazioni di sintomi o malattie legate al gadolinio nel cervello, il PRAC ha adottato un approccio precauzionale, rilevando che i dati sugli effetti a lungo termine nel cervello sono limitati.

Nessuna limitazione, per ora, da parte dell’FDA
Nel maggio di quest’anno, l’US Food and Drug Administration (FDA) ha preso una posizione diversa. Dopo uno studio di 2 anni non ha trovato alcuna evidenza di eventi avversi dalla ritenzione di gadolinio nel cervello dopo esecuzione di RM con impiego di GBCA.

Di conseguenza, la FDA non limiterà per il momento l’uso di GBCA, ha reso noto in un comunicato stampa (2). Tuttavia continuerà a studiare la loro sicurezza.
Nel frattempo, i medici dovrebbero continuare a utilizzare i GBCA con una certa parsimonia. Come raccomandato dall’FDA nel luglio 2015, dovrebbero limitare il loro utilizzo ai casi in cui sono necessarie ulteriori informazioni fornite dall’agente di contrasto e riesaminare la necessità di RM ripetute con GBCA.

La cautela dell’agenzia USA del farmaco circa questi agenti di contrasto è stata indotta da segnalazioni di ritenzione di gadolinio nel cervello di pazienti sottoposti a quattro o più scansioni RM con mezzo di contrasto durante la gestione di condizioni come la sclerosi multipla o il cancro, anche quando questi pazienti avevano una normale funzionalità renale (i GBCA sono per lo più eliminati attraverso i reni).

La revisione della FDA sulla letteratura scientifica e sugli eventi avversi segnalati all’agenzia ha dimostrato che l’uso di GBCA lineari produce una maggiore ritenzione di gadolinio nel cervello rispetto a GBCA macrociclici. «Tuttavia» ha dichiarato l’FDA nel comunicato «la nostra revisione non ha identificato eventi avversi sulla salute legati a questa ritenzione del cervello».

La revisione continua dell’FDA sui GBCA studierà una rara condizione della pelle chiamata fibrosi sistemica nefrogenica (NSF), che è l’unico avverso conosciuto connesso alla ritenzione di gadolinio. Caratterizzata da ispessimento e indurimento della pelle, la NSF può coinvolgere le articolazioni e limitare significativamente il movimento.

Il disturbo si verifica in un piccolo gruppo di pazienti con insufficienza renale preesistente, anche se la FDA ha incontrato recenti rapporti di pazienti con reni normali che hanno sviluppato la NSF dopo aver ricevuto GBCA per una RM.

Alcuni di questi pazienti avevano anche ritenuto gadolinio nel loro cervello. La FDA ha affermato che cercherà di determinare se queste reazioni fibrotiche siano effettivamente legate al gadolinio trattenuto.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/depositi-cerebrali-dopo-risonanza-con-gadolinio-lema-ribadisce-restrizioni-alluso-24528

Emicrania resistente al trattamento, più giorni al mese senza dolore con galcanezumab

Nei pazienti con emicrania resistente al trattamento che avevano anche altri disturbi del dolore, l’anticorpo monoclonale …

Ictus, trombolisi efficace fino a 9 ore dopo l’esordio nei pazienti con evidenza di penombra ischemica

Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto dagli studi EXTEND ed EPITHET – i cui risultati cono stati pubblicati …

Cosa succede alle persone colpite da ictus o da altre malattie neurologiche durante questa nuova fase di emergenza Covid-19?

Una corsa contro il tempo per aumentare, ancora una volta, la disponibilità dei posti letto per le persone colpite da infezione …