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Alzheimer: prevenzione, campanelli d’allarme e novità dalla ricerca

E’ una malattia che lavora al buio, che per 15-20 anni apporta modifiche strutturali a livello cerebrale ma di cui non si ha coscienza. Parliamo dell’Alzheimer, malattia ad oggi incurabile e destinata a crescere entro il 2050 come riportato in un ampio documento stilato dall’Adi (Alzheimer’s disease international). Solo in Italia colpisce più di mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età e ben 47 milioni in tutto il mondo Ad accendere una luce di speranza nella lotta a questa malattia cronica degenerativa sono gli studi di uno scienziato italiano, il prof. Marcello D’Amelio, associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, che lavora da anni in questo ambito e che ha scoperto l’area del cervello in cui prenderebbe origine la malattia.

Il prof. D’Amelio insieme al gruppo di ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione Irccs Santa Lucia nei mesi scorsi ha pubblicato, sulla rivista Nature Communications, uno studio che ha mostrato la profonda area cerebrale, denominata area tegmentale ventrale coinvolta nelle fasi precoci della malattia. Quest’area del cervello è conosciuta per la produzione della dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto anche in motivazione e buonumore.

Per approfondire gli studi del prof. D’Amelio, per rispondere a tanti interrogativi che si pongono pazienti, famiglie ed associazioni di volontariato e visto il ruolo importante che possono svolgere le associazioni si è tenuto un evento presso il Cenacolo degli Agostiniani ad Empoli (FI) organizzato dall’AMIA (Associazione italiana malattia di Alzheimer), dall’Associazione lucani in Toscana e dall’AUSER (Volontariato territoriale circondario Empolese/Valderna) in cui si è fatto il punto sulla malattia e sulle nuove ricerche che potrebbero portare nei prossimi anni a una comprensione più approfondita della patologia e a possibili trattamenti farmacologici.

Fattori di rischio e caratteristiche della malattia
Il fattore di rischio più importante della malattia è l’età; negli ultimi 40 anni la speranza di vita è decisamente cresciuta, basti pensare che nel 1976 l’età media era di 77 anni mentre nel 2016 era salita a 79-80 anni e le donne, più colite da questa patologia, sono anche quelle che vivono più a lungo.

La malattia comincia quando il paziente ha sintomi come il non riuscire a trovare il giusto termine per esprimere un concetto ed evolve fino alla non autosufficienza e alla richiesta di un supporto full time.
La diagnosi è clinica, i pazienti sono sottoposti a test come l’MMSE ma ce ne sono diversi che analizzano le funzioni cognitive (punteggio da 30 funzioni cognitive perfette a 0 con completa demenza)

In vita però non si avrà mai una diagnosi certa di malattia perché questa è possibile solo sull’analisi del cervello post mortem grazie al ritrovamento delle placche di beta amiloide.
Le forme genetiche hanno un peso relativo, impattano per il 5% ed esordiscono in età più precoce (intorno ai 55 anni); ci sono vari geni coinvolti come APP, PSEN1, PSEN2 etc.

Le forme maggiormente diffuse (95%) sono quelle, non genetiche e quindi di origine ambientale. Sotto accusa sono vari fattori come l’uso di stupefacenti, l’abuso di alcool, utilizzo di antiparassitari tossici per l’agricoltura (come il paraquat nel recente passato).

La malattia di manifesta maggiormente nelle donne in menopausa per il calo fisiologico degli estrogeni che sono ormoni neuro-protettivi. Altri fattori di rischio sono traumi cranici, ipercolesterolemia, livelli elevati di omocisteina nel siero, diabete, dispnee notturne.
Il paziente va dal medico quando si manifestano i primi sintomi cognitivi e quindi la perdita di memoria mentre bisognerebbe porre attenzione ai campanelli d’allarme quali depressione, disturbi del sonno, ansia, ritiro sociale, perdita dell’appetito, apatia, agitazione.

Le ricerche del prof. D’Amelio
La beta amiloide è stata fino ad oggi la protagonista dei trial clinici focalizzati alla ricerca dell’origine della malattia e studi che tendevano a individuare come neutralizzare la sua attività.

Uno studio del 2015 su 2000 anziani pubblicato su Neurology ha evidenziato come la curva di diminuzione della memoria (in cui è coinvolto l’ippocampo) e quella relativi a disturbi come l’apnea (in cui è coinvolto il nucleo accumbens) erano sovrapponibili.

Questa sovrapposizione ha fatto ipotizzare, al gruppo del prof. D’Amelio, la presenza di un’area comune all’Ippocampo e al nucleo accumbens e che potrebbe essere coinvolta nell’origine della malattia di Alzheimer.

Questo è stato il punto di partenza della ricerca che ha portato a identificare come zona comune l’area tegmentale ventrale, deputata al rilascio della dopamina; l’ipotesi era di una degenerazione molto precoce di quest’area in alcuni soggetti implicando un decadimento delle funzioni che da essa in qualche modo dipendono.
Le ricerche del prof. D’Amelio hanno accertato l’effettiva degenerazione precoce di quest’area, prima che inizi la malattia. In conseguenza di ciò viene rilasciata meno dopamina provocando il mancato arrivo di questa sostanza nell’Ippocampo, e quindi la perdita di memoria.

“Abbiamo dimostrato che all’esordio delle prime alterazioni della funzione mnesica, in assenza di ogni forma di atrofia a livello ippocampale, il numero dei neuroni dopaminergici nell’area tegmentale ventrale (VTA) era dimezzato. La degenerazione dei neuroni dopaminergici, almeno nelle fasi iniziali di malattia, è ristretta alla VTA e non coinvolge la vicina sostanza nera pars compacta” ha precisato D’Amelio ai microfoni di Pharmastar.

I neuroni dell’area tegmentale ventrale morirebbero già nelle prime fasi della malattia; è stato osservato che con la somministrazione in animali di laboratorio di L-Dopa o di un farmaco che inibisce la degradazione della dopamina si ottiene il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi.

La scoperta ha una duplice faccia in quanto l’area tegmentale ventrale rilascia la dopamina anche nel nucleo accumbens, l’area che controlla la gratificazione e i disturbi dell’umore, e la morte di questi neuroni sarebbe responsabile dei disturbi non cognitivi osservati precocemente in questi pazienti.

“La degenerazione della componente dopaminergica della VTA”-ha aggiunto D’Amelio- “correla con una riduzione di rilascio di dopamina nel circuito meso-cortico-limbico e alterazione di funzione di quelle aree che sono regolate anche dalla dopamina (Figura 1): dalla funzione della memoria (ippocampo) alla funzione della ricompensa (nucleo accumbens)”.

In conclusione, come sottolineato da D’Amelio: “Questo studio apre ad interessanti prospettive sia in termini di identificazione di nuovi biomarcatori che nella comprensione della cascata neurodegenerativa nel corso di malattia.
Studi di neuroimaging su pazienti, in diverse fasi di sviluppo di malattia, sono attesi e saranno dirimenti nel valutare il ruolo della VTA nella progressione di malattia”.

1- Nobili A. et al., Dopamine neuronal loss contributes to memory and reward dysfunction in a model of Alzheimer’s disease. Nat Commun. 2017 Apr 3;8:14727
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=Dopamine+neuronal+loss+contributes+to+memory+and+reward+dysfunction+in+a+model+of+Alzheimer%27s+disease

2- D’Amelio M, Nisticò R. Unlocking the secrets of dopamine in Alzheimer’s Disease. Pharmacol Res. 2017 Jun 30. pii: S1043-6618(17)30790-9.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=Unlocking+the+secrets+of+dopamine+in+Alzheimer%27s+Disease

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/alzheimer-prevenzione-campanelli-dallarme-e-novit-dalla-ricerca-25874

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