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Emorragia intracerebrale in pazienti sotto antiaggreganti. È sicuro riavviare la terapia alla dimissione?

Il riavvio della terapia antiaggregante in pazienti con emorragia intracerebrale (ICH) da lieve a moderata non è associato a esiti funzionali peggiori. Lo suggerisce un’analisi retrospettiva i cui risultati sono stati pubblicati online su “Neurology”.

I pazienti con ICH lieve o moderatamente grave non hanno avuto alcuna differenza di outcome in termini di indipendenza funzionale o di parametri di qualità della vita correlata alla salute se ripristinavano o non ripristinavano la terapia antipiastrinica, riferiscono gli autori, capeggiati da Ching-Jen Chen, della University of Virginia a Charlottesville (USA).

Una decisione sempre difficile
«Nei pazienti con ICH sottoposti a terapia antipiastrinica i medici spesso devono far fronte alla decisione di riavviare o meno la terapia antipiastrinica al momento della dimissione» ricordano.

«Sebbene l’uso di antipiastrinici dopo l’ICH sia associato a una diminuzione dell’incidenza di eventi ischemici cardiovascolari senza un rischio elevato di recidiva di ICH, gli outcome funzionali e le misure di qualità della vita correlate alla salute in queste circostanze sono rimaste poco chiare» specificano. «Queste misure potrebbero non essere rappresentate accuratamente solo dall’incidenza di eventi cardiovascolari ischemici o ICH ricorrenti».

L’efficienza della terapia antipiastrinica nella prevenzione primaria e secondaria degli eventi ischemici ha portato a un loro uso più ampio che, nonostante i benefici complessivi, può aumentare il rischio di ICH spontanee. Non occorre sottolineare che, per i pazienti che sopravvivono a un ictus emorragico iniziale, un secondo ICH è collegato a ulteriori morbilità e mortalità.

Studiati i pazienti dello studio ERICH
In questa analisi, i ricercatori hanno valutato i pazienti dalla coorte di casi di ICH spontanea dello studio ERICH (Ethnic/Racial Variations of Intracerebral Emorrhage). Tutti i pazienti hanno usato la terapia antipiastrinica prima di presentarsi con ICH.

Un totale di 859 pazienti con ICH spontaneo si è qualificato per lo studio: 127 sono stati riavviati in terapia antipiastrinica dopo la dimissione ospedaliera, 732 no. Usando il punteggio di propensione, i ricercatori hanno abbinato i gruppi in proporzione 1: 1, con ciascuna coorte costituita da 107 pazienti.

Il posizionamento del drenaggio ventricolare esterno (EVD) – 15,9% vs 6,5% – e quello dello shunt del liquido cerebrospinale (CSF) – 6,5% vs 0,9% – erano più comuni tra i pazienti che non avevano ricominciato la terapia antipiastrinica; altrimenti, le coorti erano simili.

L’outcome primario era un punteggio alla Rankin Scale modificata (mRS) da 0 a 2 (indipendenza funzionale) a 90 giorni. Gli outcome secondari includevano outcome eccellenti (punteggio mRS da 0 a 1), mortalità e misure disabilità e di qualità della vita correlata alla salute.

Per l’outcome primario i due gruppi non mostravano differenze significative (36,5% vs 43,9%, P = 0,105). La differenza nella frequenza dell’outcome primario non era significativa ed è rimasta tale dopo aggiustamento per conta piastrinica, storia di endoarteriectomia carotidea, posizionamento di EVD e dello shunt CSF. Nessuna differenza è stata trovata negli outcome secondari.

«Nonostante la decisione di ricominciare la terapia antipiastrinica rimanga a discrezione del medico curante, il riavvio della terapia antiaggregante dovrebbe essere considerato nei pazienti con emorragie di gravità da lieve a moderata e con significativi fattori di rischio cardiovascolare» secondo Chen e colleghi.

Non pochi i limiti dell’analisi
Gli autori hanno elencato alcune limitazioni al loro studio. Non potevano differenziare l’indicazione specifica per l’uso della terapia antipiastrinica in ciascun paziente e i risultati potrebbero essere stati influenzati dall’indicazione come elemento confondente.

Solo l’1,6% dei pazienti con ICH ha ripreso la duplice terapia antiaggregante (DAPT) dopo il ricovero, pertanto il confronto tra la ripresa della duplice terapia rispetto alla monoterapia non ha potuto essere attuato.

I ricercatori non avevano informazioni su recidive di ICH, complicazioni emorragiche, eventi cardiovascolari e complicanze tromboemboliche dopo la dimissione. Non erano disponibili differenze in termini di specifici farmaci antipiastrinici e dosi di terapia.

I risultati, infine, potrebbero non essere applicabili a tutti i pazienti con ICH: la maggior parte delle persone in questo studio aveva punteggi ICH relativamente bassi e volumi ridotti di ICH.

Riferimento bibliografico:
Chen CJ, Ding D, Buell TJ, et al. Restarting antiplatelet therapy after spontaneous intracerebral hemorrhage: Functional outcomes. Neurology. 2018 May 30. doi: 10.1212/WNL.0000000000005742. [Epub ahead of print]

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emorragia-intracerebrale-in-pazienti-sotto-antiaggreganti-sicuro-riavviare-la-terapia-alla-dimissione-27099

La Cannabis ad alta potenza associata a danno cerebrale.

Fumare Cannabis ad alta potenza può causare danni alla materia bianca nel corpo calloso, interferendo così con la comunicazione tra gli emisferi destro e sinistro del cervello.
Queste le conclusioni di uno studio compiuto da ricercatori dell’Università Sapienza di Roma e del King's College London di Londra.

I ricercatori hanno trovato che gli utilizzatori di Cannabis con un alto contenuto di delta-9-tetraidrocannabinolo ( THC ) e gli utilizzatori giornalieri hanno presentato un aumento significativo della diffusività media, una misura della integrità della sostanza bianca nel corpo calloso.
In particolare, i cambiamenti sono stati osservati nei soggetti sia con sia senza psicosi.

Lo studio ha riguardato 56 pazienti con primo episodio di psicosi della zona Sud-Est di Londra, nel Regno Unito, e 43 individui senza psicosi della stessa zona.

A seguito di una valutazione clinica e valutazione dell'uso di Cannabis, i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica con tensore di diffusione del corpo calloso, che studi precedenti avevano dimostrato essere ricco di recettori dei cannabinoidi.

Il corpo calloso è stato praticamente sezionato usando trattografia, e l'indice di diffusione della anisotropia frazionaria, la diffusività media, assiale e radiale, sono state calcolate per ogni segmento.

I partecipanti erano simili per quanto riguardava l'età, il sesso, l’etnia, e l’educazione.

Dei soggetti con primo epsisodio di psicosi, il 70% non aveva mai usato Cannabis ( durata media, 7.6 anni ), rispetto al 52% dei soggetti senza primo espisodio di psicosi ( durata media, 7.2 anni ).

La Cannabis era usata quotidianamente dal 70% e dal 50%, rispettivamente, dai partecipanti con primo episodio di psicosi e senza psicosi; la Cannabis di potenza elevata era stata utilizzata, rispettivamente, dal 46% e dal 30% dei soggetti.
L'età al primo utilizzo era inferiore a 15 anni per il 32.4% dei partecipanti con primo episodio di psicosi contro il 27.3% di quelli senza primo episodio psicotico.

La risonanza magnetica con tensore di diffusione ha rivelato che, nel complesso, per gli individui che erano utilizzatori di Cannabis di potenza elevata, sia la diffusività media totale sia la diffusività assiale totale nel corpo calloso erano significativamente più alti rispetto agli utilizzatori di Cannabis di bassa potenza e per coloro che non avevano mai fatto uso di Cannabis ( p=0.005 per diffusività media e P = 0.004 per diffusività assiale ).

Di particolare interesse il fatto che i cambiamenti della materia bianca associati con l'uso di Cannabis ad alta potenza erano simili nei soggetti con o senza primo episodio psicotico.
Erano più pronunciati nei soggetti senza psicosi e non sono stati influenzati dall’età al primo utilizzo.

Questi risultati suggeriscono che il danno alla sostanza bianca del corpo calloso non è il meccanismo alla base dell’apparente associazione tra uso di Cannabis ad alta potenza e psicosi.
Tuttavia, studi precedenti avevano dimostrato che il rischio di sviluppare psicosi è maggiore, e l’esordio avviene prima, in quegli individui che fanno un uso più frequente della Cannabis e in quelli che usano la Cannabis con alto contenuto di THC.

Con la crescente disponibilità di Cannabis di potenza elevata le persone più giovani, in particolare, devono essere educate circa i rischi connessi con la droga. ( Xagena2015 )

Fonte: Psychological Medicine, 2015

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