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Dieta chetogenica, epilessia e patologie neurodegenerative

Numerosi studi hanno valutato gli effetti della dieta chetogenica sulla frequenza e sulla manifestazone di crisi epilettiche e sulla progressione di diverse patologie neurodegenerative. Le prime osservazioni, risalenti al 1920, sull’uso della dieta basata sulla restrizione calorica, prevalentemente legata al ridotto introito glucidico, e sull’uso di corpi chetonici come fonte d’energia in pazienti con epilessia farmaco-resistente, hanno dimostrato l’effettivo beneficio di questo regime alimentare nel controllo delle crisi epilettiche.

La drastica riduzione dell’apporto di zuccheri porta ad una alterazione del rapporto insulina/glucagone, favorendo la mobilizzazione dei lipidi dai depositi tissutali e la loro ossidazione. I corpi chetonici così prodotti vengono utilizzati come fonte di energia a livello del sistema nervoso centrale e vengono eliminati a livello polmonare ea livello renale sotto forma di tamponati di Na+, K+, Ca2+ e Mg2+.

Al tal fine la dieta deve essere così organizzata: glucidi 20-50 g/die, proteine 1 g/kg peso corporeo/die e lipidi 15 e 30 g/die.

Studi scientifici recenti dimostrano che la dieta è efficace in alcune forme di epilessia farmacoresistente o nel miglioramento della risposta ai farmaci stessi e porta ad un migliore controllo delle crisi epilettiche sia in termini di intensità che di durata.

Dati promettenti sono stati raccolti anche sul ruolo della chetoacidosi nella riduzione della progressione in alcune malattie neurodegenerative. In particolare, nel morbo di Parkinson, la cui patogenesi è correlata tra l’altro alla sovra-produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), una moderata chetosi può ridurre il danno cellulare aumentando la forma ossidata di coenzima Q10. Nel paziente affetto da Alzheimer, invece, dovrebbe essere possibile osservare un miglioramento delle sintesi neuronali dovuto al fatto che la via metabolica seguita dai corpi chetonici non è influenzata dal danno funzionale cellulare.

I risultati fino ad ora ottenuti sono ancora sperimentali, tuttavia risultano essere molto promettenti e studi applicativi futuri potranno chiarire meglio i vantaggi dell’uso di questa pratica dietetica in pazienti affetti da gravi patologie neurodegenerative.

Dott.ssa L. F. Ciarmiello

Specialista in Scienza dell’Alimentazione

Bibliografia

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