Tag: <span>epilessia</span>

Il sì degli epilettologi alla cannabis terapeutica, ma con cautela

C’è grande fermento nella comunità scientifica e tra i pazienti che convivono ogni giorno con l’epilessia, grazie a nuovi studi sulla cannabis terapeutica e ai risultati positivi derivanti dai recenti studi controllati internazionali riguardo l’efficacia del cannabidiolo (CBD) su alcune forme rare e farmaco-resistenti di encefalopatia epilettica, come la Sindrome di Dravet e la Sindrome di Lennox-Gastaut.

“E’ la prima volta che il tema delicato della terapia dell’epilessia con i derivati della cannabis si discute ufficialmente in occasione di uno dei nostri incontri scientifici e l’occasione è il 41° Congresso Nazionale della Lega Italiana contro l’epilessia (LICE), la società scientifica cui fanno riferimento i principali esperti di epilessia nel nostro Paese. – ha dichiarato il prof. Oriano Mecarelli, epilettologo della Università La Sapienza di Roma e Presidente LICE.

Dal THC al cannabidiolo
La marjuana è un’erba che contiene numerosissime sostanze tra cui oltre 100 cannabinoidi, e ad essere particolarmente studiato oggi come antiepilettico è il cannabidiolo (CBD) – racconta alla platea congressuale il Prof. Giovanni Ambrosetto, neurologo dell’Università di Bologna. Fino a una decina di anni fa, quando si parlava di marjuana per scopi terapeutici si discuteva quasi esclusivamente delle proprietà del tetraidrocannabinolo (THC), la sostanza psicoattiva che identificava la marjuana come stupefacente. Gli studi erano maggiormente concentrati sul THC. Da quando si è scoperto, quasi per caso, che invece il cannabidiolo aveva un effetto notevole su alcune encefalopatie epilettiche, gli studi si sono spostati dal THC al CBD.

“C’è un grande entusiasmo sulle proprietà terapeutiche di questa molecola (CBD), a mio avviso anche un po’ forse eccessivo, anche perché è probabile che il nome della pianta susciti di per sé un effetto placebo per chi fa della naturopatia/fitoterapia un credo assoluto – prosegue Ambrosetto, che, a tal proposito, lancia il seguente messaggio ai medici: dobbiamo imparare a conoscere le proprietà di queste sostanze come da sempre facciamo con gli altri farmaci antiepilettici, allontanando i pregiudizi che le accompagnano ma non credendo nemmeno a risultati miracolosi. La Società scientifica in questo gioca un ruolo importante, ed in tal senso LICE deve diventare il punto di riferimento su epilessia e cannabis terapeutica, anche attraverso l’implementazione di un forum online sul sito istituzionale che possa servire da spazio per il confronto e la raccolta di informazioni”.

La situazione italiana
La cannabis a uso terapeutico in Italia è legale ed è regolata dalla Legge “Di Bella”. Il medico può quindi prescrivere una preparazione magistrale galenica con ricetta bianca non ripetibile, il cui costo però sarà a totale carico del richiedente.

“Probabilmente entro la fine del prossimo anno, –  ha dichiarato Monica Lodi del Centro Regionale per l’Epilessia Neurologia Pediatrica Fatebenefratelli di Milano – arriverà in commercio una soluzione oleosa a base di CBD pressoché puro, che potrà essere prescritta dai Centri di riferimento per le malattie rare ai soggetti affetti da Sindrome di Dravet e Sindrome di Lennox-Gastaut.” Attualmente invece sono reperibili legalmente dei preparati galenici a totale carico del richiedente che contengono percentuali variabili di CBD e THC. “La preparazione galenica è soggetta a maggiore variabilità nel trattamento dei componenti, e di conseguenza a minore controllo rispetto a un prodotto farmaceutico. La pianta inoltre risente di moltissime variabili, anche in base alle caratteristiche del terreno in cui viene coltivata” – prosegue Lodi, coordinatore del Gruppo di studio sulla cannabis terapeutica della LICE. “Il lavoro del gruppo di studio LICE consiste in una mappatura di cosa sta succedendo in Italia rispetto alle prescrizioni galeniche di cannabis. LICE chiede un’omogeneità di preparazione dei prodotti a partire dalla pianta, fino all’ultimo stadio della catena di preparazione, per garantire sicurezza ed efficacia per il paziente.

Sì alla cannabis, ma con cautela
La LICE quindi intende cominciare con l’occasione a chiarire molti aspetti riguardo il trattamento dell’epilessia con derivati della cannabis, considerando che esiste ancora tanta confusione, sia tra gli operatori del settore che tra i pazienti ed i familiari. La cannabis per uso terapeutico non è in alcun modo paragonabile ad una sostanza stupefacente. “Secondo recentissimi studi controllati pubblicati su autorevoli riviste internazionali, il trattamento con CDB riduce la frequenza delle crisi epilettiche e migliora la qualità della vita nelle suddette forme di encefalopatia epilettica farmaco-resistente ad esordio in età infantile e quindi ora abbiamo evidenze scientifiche che il CBD è efficace come terapia aggiuntiva a quella standard. Ma è importante sottolineare – ha dichiarato Mecarelli – che non abbiamo dati completi sull’efficacia a lungo termine e sul profilo di sicurezza del CBD, così come non conosciamo completamente le possibili interazioni con altri farmaci antiepilettici. In conclusione, visto che parliamo di forme di epilessia finora intrattabili l’entusiasmo per una nuova opportunità terapeutica è più che giustificato ma occorre anche cautela e sono necessari ulteriori studi “– conclude Mecarelli.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/il-s-degli-epilettologi-alla-cannabis-terapeutica-ma-con-cautela-27013

Epilessia pediatrica resistente al trattamento, l’aggiunta di cannabidiolo riduce le crisi di almeno il 50%

Per l’epilessia a insorgenza pediatrica resistente al trattamento, i cannabinoidi sono efficaci come trattamento aggiuntivo per ridurre la frequenza delle crisi di almeno il 50%, secondo una review pubblicata online sul “Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry”, rivista del “British Medical Journal”.

Un gruppo di ricercatori guidati da Emily Stockings, del National Drug and Alcohol Research Centre di Sydney (Australia) hanno riesaminato le prove per i cannabinoidi come trattamenti aggiuntivi per l’epilessia resistente al trattamento.

Ricerca sistematica, con identificazione di 36 studi sottoposti ad analisi
Gli autori hanno effettuato una ricerca sistematica su Medline, Embase e PsycINFO nell’ottobre 2017. I dati analizzati sono stati tratti da 36 studi identificati: sei studi randomizzati controllati (RCT) e 30 studi osservazionali. L’età media dei partecipanti era di 16,1 anni (range: 0,5-55 anni).

Gli outcome di interesse erano una riduzione delle crisi pari o superiore al 50%, la completa libertà dagli attacchi e una migliore qualità della vita (QoL). La tollerabilità e la sicurezza sono state valutate mediante prelievi in corso di studio, eventi avversi (AE) e gravi eventi avversi (SAE).

I ricercatori hanno scoperto che, rispetto al placebo, il cannabidiolo (CBD) alla dose di 20 mg/kg/die era più efficace nel ridurre la frequenza delle crisi del 50% o più (rischio relativo, RR: 1,74; IC 95% 1,24-2,43; dati relativi a 2 RCT per 291 pazienti con basso rating GRADE (Grades of Recommendation, Assessment, Development and Evaluation).

Il numero necessario di pazienti da trattare con CBD per sperimentare una riduzione pari o superiore delle crisi comiziali si è attestata a 8 (IC 95% 6-17).

Totale libertà dalle crisi e qualità della vita, migliori risultati rispetto al placebo
Il CBD è risultato anche più efficace del placebo nel raggiungere la completa libertà dalle crisi (RR 6,17, IC 95% da 1,50 a 25,32, in 3 RCT per 306 pazienti, basso punteggio GRADE) e nel miglioramento della QoL (RR 1,73, IC 95% 1,33-2,26); peraltro ha aumentato il rischio di AE (RR 1,24, IC 95% 1,13-1,36) e SAE (RR 2,55, IC 95% 1,48-4,38).

Raggruppati in 17 studi osservazionali, il 48,5% (95% IC 39,0% – 58,1%) dei pazienti ha riportato una riduzione del 50% o più delle convulsioni; in 14 studi osservazionali l’8,5% (IC 95% da 3,8% a 14,5%) erano liberi da crisi. Dodici studi osservazionali hanno riportato un miglioramento della QoL (55,8%, IC 95% da 40,5 a 70,6); 50,6% (IC 95% da 31,7 a 69,4) AE e 2,2% (95% CI da 0 a 7,9) SAE.

Due messaggi-chiave
«Il CBD di grado farmaceutico come trattamento adiuvante nell’epilessia a insorgenza pediatrica resistente ai farmaci può ridurre la frequenza delle crisi» scrivono gli autori.

«I trial RCT esistenti sono per lo più eseguiti in campioni pediatrici con sindromi epilettiche rare e gravi» osservano infine gli autori. Pertanto «sono necessari studi RCT che esaminino altre sindromi e cannabinoidi».

Riferimento bibliografico:
Stockings E, Zagic D, Campbell G, et al. Evidence for cannabis and cannabinoids for epilepsy: a systematic review of controlled and observational evidence. J Neurol Neurosurg Psychiatry, 2018 Mar 6. pii: jnnp-2017-317168. doi: 10.1136/jnnp-2017-317168. [Epub ahead of print]

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-pediatrica-resistente-al-trattamento-laggiunta-di-cannabidiolo-riduce-le-crisi-di-almeno-il-50-26299

Farmaco neuroprotettivo senza aumento di rischio emorragico nei pazienti con ictus sottoposti a trombectomia

Un farmaco che è stato sviluppato per essere neuroprotettivo pur non aumentando il rischio di sanguinamento è sicuro alla massima dose testata e non aumenta il tasso di emorragia nei pazienti con ictus. Lo suggeriscono i risultati di un nuovo studio, denominato RHAPSODY, presentati a Los Angeles, durante l’International Stroke Conference (ISC) 2018.

Precedenti studi condotti con altri agenti neuroprotettivi nel contesto dell’ictus sono falliti, ma questo nuovo trial potrebbe essere diverso in quanto è il primo a valutare un tale tipo di agente nell’ambito della trombectomia, per cui a essere bersaglio del farmaco in questo caso è il tessuto a rischio.

Sebbene i risultati relativi all’emorragia non abbiano raggiunto la significatività, sono comunque «interessanti» e «in linea con la nostra previsione» ha detto l’autore principale dello studio, Patrick Lyden, Direttore del Dipartimento di Neurologia del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles «e supportano l’ipotesi che il farmaco non sia pericoloso come anticoagulante».

La molecola in esame è una variante ricombinante del recettore attivato dalla proteasi (PAR) della proteina C attivata (APC). È stato creato per conservare la capacità di proteggere le cellule cerebrali – per esempio, i neuroni, le cellule epiteliali, la glia – ma anche per stabilizzare la barriera emato-encefalica e avere un effetto meno anticoagulante.

Per l’autore principale, ora si chiude l’era delle “pallottole magiche”
Lyden ha spiegato che questo agente ha diverse qualità uniche, una delle quali è che sembra funzionare anche se somministrato relativamente tardi dopo un ictus. «La maggior parte dei nostri composti che hanno fallito funzionavano solo quando venivano somministrati immediatamente. Con questo ci sono di fatto alcune prove in modello murino che funziona fino a 24 ore».

Inoltre, la maggior parte degli agenti neuroprotettivi precedentemente testati funzionavano mediante un singolo meccanismo, ha aggiunto Lyden. «Erano come ‘pallottole magiche’ che tentavano di colpire un singolo step in una cascata di eventi ischemici molto complicata». Invece la molecola attualmente in fase di test, ha proseguito, una volta che si è legata al PAR, attiva diverse vie pro-sopravvivenza nella cellula volte a salvare la cellula stessa dall’insulto ischemico.

Scopo del RHAPSODY: trovare la dose sicura del farmaco
Il nuovo studio multicentrico, controllato con placebo e in doppio cieco, è stato disegnato per trovare una dose sicura del farmaco – chiamato 3K3A-APC – che potrebbe essere utilizzata nei pazienti con ictus in cui il rischio di sanguinamento rappresenta una seria preoccupazione.

Lo studio ha randomizzato 44 pazienti con ictus ischemico acuto a ricevere un placebo e 66 a ricevere 3K3A-APC. Le caratteristiche demografiche erano tipiche di una popolazione con ictus. Per esempio, il punteggio della National Institutes of Health Stroke Scale era di 14 sia nel gruppo trattato che in quello placebo.

In aggiunta al placebo o al farmaco di trattamento, i pazienti hanno ricevuto anche solo l’attivatore del plasminogeno tissutale (tPA) per via endovenosa (circa la metà di ciascun gruppo), la sola trombectomia meccanica (5%) o entrambi gli interventi (poco più del 40%). Il protocollo prevedeva quattro dosi del farmaco: 120 mcg/kg, 240 mcg/kg, 360 mcg/kg e 540 mcg/kg – dati in cinque boli distribuiti su 5 ore.

In quasi tutti i pazienti sottoposti a trombectomia, il 3K3A-APC è stato somministrato in anticipo. In coloro che ricevevano tPA, ai medici curanti veniva chiesto di aspettare 30 minuti prima di iniziare la prima dose di 3K3A-APC. «La ragione è che c’è una preoccupazione residua relativa alla sicurezza», dato che il farmaco è un anticoagulante, come ha spiegato Lyden.

Lo scopo principale dello studio era quello di trovare la massima dose sicura senza una tossicità dose-limitante (DLT) superiore al 10%. Si sono avuti sette DLT (4 nel gruppo placebo e 3 nel gruppo di trattamento). I ricercatori hanno determinato che 540 mcg/kg era la dose massima tollerata, con un tasso stimato di DLT di circa il 7%.

Quando i ricercatori hanno esaminato il tasso di emorragia al 30° giorno, il 67,4% dei pazienti trattati con 3K3A-APC presentava qualche evidenza di emorragia rispetto all’86,5% di quelli che assumevano il placebo (p = 0,05). Il volume totale di sangue nel cervello era di 0,8 mL nel gruppo di trattamento e di 2,1 mL nel gruppo placebo (P = 0,07).

Che il farmaco non abbia peggiorato il sanguinamento è una scoperta importante. «Somministrare un anticoagulante insieme al tPA è considerato pericoloso» ha specificato Lyden. «Dovevamo dimostrare che non stavamo peggiorando le cose e abbiamo verificato che» sotto questo profilo «non ci sono dubbi».

Oltre a quelli relativi alla sicurezza, i ricercatori hanno raccolto dati di farmacocinetica, ma questi risultati non sono stati ancora presentati. Sebbene i ricercatori abbiano anche raccolto i punteggi mRS (modified Rankin Scale) a 90 giorni, tale analisi esplorativa è «ancora in corso», è stato spiegato.

Studi futuri con 3K3A-APC richiederanno che tutti i pazienti siano sottoposti a trombectomia. Un trial di fase 2b è in programma per confermare i risultati attuali, ha annunciato infine Lyden.

C’è chi dice no
Una certo scetticismo è stata manifestato da Larry B. Goldstein, condirettore del Kentucky Neuroscience Institute dell’Università del Kentucky, a Lexington, il quale ha sottolineato come questo tipo di strada sia stata già percorsa senza successo.

Questo nuovo studio, ha aggiunto, rappresenta un progresso significativo in quanto ad almeno alcuni dei pazienti i coaguli sono stati rimossi mediante trombectomia. «Questo solo aspetto è importante e può cambiare l’intera questione» ha commentato.

Uno dei maggiori problemi di molti dei precedenti studi sulla neuroprotezione consisteva nel fatto che «non eravamo nemmeno sicuri che il farmaco che stavamo somministrando, e che pensavamo fosse neuroprotettivo, stesse effettivamente raggiungendo il tessuto» motivo di preoccupazione, ha chiarito Goldstein.

Per cui, ha sostenuto, «quei farmaci che prima abbiamo abbandonato potrebbero effettivamente aver funzionato se fossimo riusciti a portarli sul tessuto che era a rischio».

International Stroke Conference (ISC) 2018. Late breaking abstract 18. Presented January 26, 2018.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/farmaco-neuroprotettivo-senza-aumento-di-rischio-emorragico-nei-pazienti-con-ictus-sottoposti-a-trombectomia-26028

Epilessia di nuova diagnosi, eslicarbazepina QD utile opzione per monoterapia di prima linea negli adulti

Secondo uno studio pubblicato online su “Epilepsy”, eslicarbazepina acetato, con la sua formulazione unum/die (QD), offre un’utile opzione per la monoterapia di prima linea in pazienti adulti con epilessia di nuova diagnosi e crisi a esordio focale.

I criteri per la scelta del farmaco appropriato
«Uno dei principali obiettivi della gestione medica per gli oltre 50 milioni di adulti e bambini in tutto il mondo con epilessia sta nel raggiungere la libertà da crisi comiziali con effetti collaterali minimi o nulli» ricordano gli autori, guidati da Eugen Trinka, del Dipartimento di Neurologia dell’Università Medica Paracelso e del Centro per le Neuroscienze cognitive di Salisburgo (Austria).

«Per i pazienti di nuova diagnosi» spiegano «è preferito un approccio monoterapico a causa di un minor rischio di effetti collaterali, una migliore compliance e l’evitamento di interazioni farmacocinetiche e farmacodinamiche tra farmaci».

Poiché nessun singolo farmaco antiepilettico ha ancora dimostrato di essere chiaramente superiore in termini di efficacia o tollerabilità – proseguono Trinka e colleghi – i medici devono adattare la scelta del farmaco a ciascun paziente, tenendo conto di diversi fattori del paziente come età, comorbilità e, nelle donne, potenziali gravidanze nonché caratteristiche del farmaco come tollerabilità e potenziali interazioni farmacologiche.

Studio di fase 3 di non inferiorità rispetto a carbamazepina a rilascio controllato
Eslicarbazepina QD è un bloccante dei canali del sodio voltaggio dipendenti approvato attualmente dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA), dalla FDA (Food and Drug Administration) e da Health Canada come terapia aggiuntiva negli adulti per il trattamento di convulsioni a insorgenza focale ed è stata inoltre concessa dalla FDA, nell’agosto 2015, l’approvazione per la monoterapia nel trattamento delle crisi a esordio focale con o senza generalizzazione secondaria negli adulti.

«Tuttavia» rammentano gli autori «l’EMA richiede studi in monoterapia randomizzati, in doppio cieco, mirati a dimostrare almeno un rapporto rischio/beneficio simile del prodotto in esame rispetto a un prodotto standard riconosciuto alla dose ottimale».

L’obiettivo di questo studio di fase III è stato quindi quello di dimostrare che la monoterapia con eslicarbazepina acetato (800-1.600 mg) non era inferiore alla monoterapia con carbamazepina a rilascio controllato due volte al giorno (carbamazepina-CR BID, 200-600 mg) negli adulti con crisi a insorgenza focale di nuova diagnosi.

«Carbamazepina-CR è spesso usato come monoterapia di prima linea per l’epilessia di nuova diagnosi e la sua efficacia e sicurezza come monoterapia per le crisi a esordio focale è stata definita da diversi studi di classe I» precisano gli autori.

Prevista una titolazione con tre livelli di dose
Lo studio, randomizzato, in doppio cieco e di non inferiorità, ha utilizzato un disegno graduale con 3 livelli di dose. I pazienti – reclutati da 170 Centri clinici di 31 Paesi – rimasti liberi da crisi durante il periodo di valutazione di 26 settimane (livello A: eslicarbazepina acetato 800 mg/carbamazepina-CR 200 mg BID) sono quindi entrati in un periodo di mantenimento di 6 mesi.

Se durante il periodo di valutazione si fosse verificato un attacco, i pazienti venivano titolati al livello target successivo (livello B: eslicarbazepina acetato 1.200 mg/carbamazepina-CR 400 mg BID; livello C: eslicarbazepina acetato 1600 mg/carbamazepina-CR 600 mg BID) e il periodo di valutazione veniva iniziato di nuovo.

L’endpoint primario era costituito dalla quota di pazienti senza crisi per 6 mesi dopo la stabilizzazione nel set ‘per protocol’. I criteri predefiniti di non inferiorità erano -12% di differenza assoluta e -20% di differenza relativa tra i gruppi di trattamento.

Endpoint primario raggiunto, numero simile di pazienti liberi da crisi dopo 6 mesi di terapia
Gli 815 pazienti inclusi nello studio sono stati randomizzati nel seguente modo: 785 per protocol (388 nel gruppo trattato con eslicarbazepina acetato e 397 nel gruppo carbamazepina-CR) e 813 nel set completo per l’analisi primaria (401 nel gruppo trattato con eslicarbazepina acetato e 412 nel gruppo carbamazepina-CR).

Complessivamente il 71,1% dei pazienti trattati con eslicarbazepina acetato e il 75,6% di quelli trattati con carbamazepina-CR sono risultati liberi da crisi per un periodo pari o superiore a 6 mesi all’ultimo dosaggio valutato (differenza di rischio media = -4,28%, intervallo di confidenza al 95% [CI] = da -10,30 a 1,74; differenza di rischio relativa = -5,87%, 95% CI = da -13,50 a 2,44) nel set per protocol.

I tassi di eventi avversi emergenti dal trattamento erano simili tra i gruppi per i pazienti nel set di sicurezza. La non inferiorità è stata anche dimostrata nel set completo di analisi, dato che il 70,8% dei pazienti trattati con eslicarbazepina acetato e il 74,0% di quelli trattati con carbamazepina-CR erano liberi da crisi all’ultima dose valutata (differenza di rischio media = -3,07, 95% CI = da -9,04 a 2,89).

Trial condotto secondo i requisiti richiesti dall’EMA
«Questo studio di fase III ha dimostrato l’evidenza di classe I della non inferiorità di eslicarbazepina acetato QD a carbamazepina-CR BID per i tassi di libertà dalle crisi» sottolineano Trinka e colleghi. «Gli effetti sono stati mantenuti per un anno di trattamento e la coerenza delle altre misure di efficacia secondaria e le analisi di sensibilità supportano la robustezza dei nostri riscontri».

«Secondo le linee guida dell’EMA» specificano «lo studio ha utilizzato un comparatore consolidato, un outcome primario clinicamente significativo, ha avuto una durata totale minima di 1 anno e ha utilizzato un dosaggio flessibile per simulare il più possibile la pratica della vita reale».

«I pazienti hanno iniziato il trattamento con una dose bassa, che è stata lentamente titolata nel tempo, consentendo ai pazienti di rimanere alla dose efficace più bassa» precisano. La maggior parte dei pazienti (eslicarbazepina acetato: 67,6%, carbamazepina-CR: 76,9%) è rimasta in trattamento a livello di dose A (eslicarbazepina acetato 800 mg QD o carbamazepina-CR 200 mg BID) e solo una piccola percentuale di pazienti ha richiesto una titolazione a dosi più elevate.

«In virtù del suo basso potenziale di interazioni farmacologiche, eslicarbazepina acetato è stata raccomandata come terapia aggiuntiva per i pazienti trattati con politerapia farmacologica» aggiungono. «Questo studio è stato condotto in assenza di influenze farmacodinamiche e farmacocinetiche di farmaci antiepilettici concomitanti (rispecchiando quindi un profilo di eventi avversi “più pulito” del farmaco) e si è rilevato un profilo simile di sicurezza e tollerabilità».

I punti-chiave dello studio

  • Questo è stato il primo studio pivotale in monoterapia di fase III condotto con eslicarbazepina acetato QD nell’epilessia di nuova diagnosi
  • Il farmaco non è risultato inferiore a carbamazepina CR BID in termini di tassi di libertà dalle crisi
  • È risultato generalmente sicuro e ben tollerato
  • Eslicarbazepina acetato QD fornirà una maggiore flessibilità per adattare il trattamento alle esigenze individuali dei pazienti con crisi epilettiche focali
  • La monoterapia QD aumenta potenzialmente l’aderenza dei pazienti con crisi epilettiche focal

Riferimento bibliografico:
Trinka E, Ben-Menachem E, Kowacs PA, et al. Efficacy and safety of eslicarbazepine acetate versus controlled-release carbamazepine monotherapy in newly diagnosed epilepsy: A phase III double-blind, randomized, parallel-group, multicenter study. Epilepsia, 2018 Jan 25. doi: 10.1111/epi.13993. [Epub ahead of print]

Fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-di-nuova-diagnosi-eslicarbazepina-qd-utile-opzione-per-monoterapia-di-prima-linea-negli-adulti-25914

Epilessia tumorale si combatte con i farmaci di nuova generazione in centri multidisciplinari

Il 35-70% delle persone con neoplasia cerebrale soffre anche di epilessia tumorale e necessita di un approccio multidisciplinare per una cura ottimale sia dell’epilessia che del tumore. E’ quindi importante che i pazienti siano presi in carico da centri di riferimento regionali dove è disponibile un team multidisciplinare. E’ importante, altresì, che tutti i centri specialistici “facciano rete” e che i piccoli centri siano in stretto contatto con quelli nazionali.

Il trattamento d’elezione per l’epilessia secondaria a tumori cerebrali è rappresentato dagli antiepilettici di nuova generazione, tuttavia particolare attenzione dovrebbe essere rivolta alle donne per la particolare suscettibilità agli effetti collaterali degli antiepilettici.

Questi i risultati di un recente studio di coorte retrospettico multicentrico nazionale, pubblicato su Plos One, condotto dal gruppo di studio Epilessia e Tumori Cerebrali della Lega Italiana Contro l’Epilessia-LICE, coordinato dal Centro per la cura dell’ Epilessia tumorale dell’Istituto Regina Elena di cui è responsabile Marta Maschio in collaborazione con il Centro Epilessia dell’Ospedale S.S. Giovanni e Paolo di Venezia, diretto da Francesco Paladin.

In Italia esistono numerosi centri dedicati alla cura dell’ epilessia. 35 sono quelli aderenti al gruppo di studio sull’Epilessia secondaria a tumori cerebrali. L’obiettivo dell’ultimo lavoro scientifico del gruppo, è stato quello di sistematizzare e organizzare le informazioni sul numero dei pazienti con epilessia da tumore cerebrale afferenti ai vari centri in Italia e sul tipo di cura che ricevono.
Sono stati coinvolti oltre 800 pazienti tutti in trattamento con antiepilettici e seguiti per almeno un mese, provenienti da 26 centri su tutto il territorio nazionale.

“I risultati dello studio – spiega Marta Maschio – hanno evidenziato che il tumore più frequente era il glioblastoma. Quasi il 50% dei pazienti al termine del follow-up era ancora in terapia con il primo antiepilettico ricevuto e il 75% era libero da crisi. Il fattore prognostico più favorevole è stato l’utilizzo di antiepilettici di ultima generazione, non induttori enzimatici. E’ emerso inoltre che le donne, rispetto agli uomini, tendono a interrompere più frequentemente il primo farmaco a causa proprio degli effetti collaterali.”

Levetiracetam è risultato il farmaco più utilizzato, seguito da oxcarbazepine, fenobarbitale e carbamazepina.

“I pazienti con epilessia da tumore cerebrale – conclude Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena – sono spesso costretti a prendere molte terapie, che possono essere gravate da possibili effetti collaterali che influenzano negativamente la percezione della qualità della vita. E’ quindi importante che lo studio abbia valutato anche gli effetti collaterali nella scelta di un antiepilettico, non considerando solo l’efficacia come fondamentale criterio di scelta.”

I risultati dello studio hanno diverse implicazioni per la pratica clinica: a) i pazienti con epilessia conseguente a tumori cerebrali dovrebbero essere inviati a centri di riferimento regionali dove è disponibile un team medico e infermieristico multidisciplinare; b) i piccoli centri dovrebbero rimanere in stretto contatto con i principali centri attraverso una rete nazionale; c) dovrebbe essere preferito l’uso di levetiracetam o di altri antiepilettici non induttori enzimatici; d) Particolare attenzione dovrebbe essere prestata alle donne per un’aumentata possibilità di reazioni avverse ai farmaci.

Maschio M, Beghi E, Casazza MML, Colicchio G, Costa C, Banfi P, et al. (2017) Patterns of care of brain tumor-related epilepsy. A cohort study done in Italian Epilepsy Center. PLoS ONE 12(7): e0180470. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0180470

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-tumorale-si-combatte-con-i-farmaci-di-nuova-generazione-in-centri-multidisciplinari-24633

Dieta chetogenica, epilessia e patologie neurodegenerative

Numerosi studi hanno valutato gli effetti della dieta chetogenica sulla frequenza e sulla manifestazone di crisi epilettiche e sulla progressione di diverse patologie neurodegenerative. Le prime osservazioni, risalenti al 1920, sull’uso della dieta basata sulla restrizione calorica, prevalentemente legata al ridotto introito glucidico, e sull’uso di corpi chetonici come fonte d’energia in pazienti con epilessia farmaco-resistente, hanno dimostrato l’effettivo beneficio di questo regime alimentare nel controllo delle crisi epilettiche.

La drastica riduzione dell’apporto di zuccheri porta ad una alterazione del rapporto insulina/glucagone, favorendo la mobilizzazione dei lipidi dai depositi tissutali e la loro ossidazione. I corpi chetonici così prodotti vengono utilizzati come fonte di energia a livello del sistema nervoso centrale e vengono eliminati a livello polmonare ea livello renale sotto forma di tamponati di Na+, K+, Ca2+ e Mg2+.

Al tal fine la dieta deve essere così organizzata: glucidi 20-50 g/die, proteine 1 g/kg peso corporeo/die e lipidi 15 e 30 g/die.

Studi scientifici recenti dimostrano che la dieta è efficace in alcune forme di epilessia farmacoresistente o nel miglioramento della risposta ai farmaci stessi e porta ad un migliore controllo delle crisi epilettiche sia in termini di intensità che di durata.

Dati promettenti sono stati raccolti anche sul ruolo della chetoacidosi nella riduzione della progressione in alcune malattie neurodegenerative. In particolare, nel morbo di Parkinson, la cui patogenesi è correlata tra l’altro alla sovra-produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), una moderata chetosi può ridurre il danno cellulare aumentando la forma ossidata di coenzima Q10. Nel paziente affetto da Alzheimer, invece, dovrebbe essere possibile osservare un miglioramento delle sintesi neuronali dovuto al fatto che la via metabolica seguita dai corpi chetonici non è influenzata dal danno funzionale cellulare.

I risultati fino ad ora ottenuti sono ancora sperimentali, tuttavia risultano essere molto promettenti e studi applicativi futuri potranno chiarire meglio i vantaggi dell’uso di questa pratica dietetica in pazienti affetti da gravi patologie neurodegenerative.

Dott.ssa L. F. Ciarmiello

Specialista in Scienza dell’Alimentazione

Bibliografia

Pezzana A, Amerio ML, Fatati G, Caregaro Negrin L, Muratori F, Rovera GM, Zanardi M. La dieta chetogenica. ADI: Attualità in Dietetica e Nutrizione clinica. 2014, 2 (6): 38-43

Bercia C. Il Morbo di Parkinson: Patogenesi, Diagnosi e Clinica. Neuroscienze.net 2009, pp. 10

Wheless JW. History and origin of the ketogenic diet. In: Stafstrom CE, Rho JM, eds. Epilepsy and the ketogenic diet. Totowa: Humana Press 2004.

Veech RL. The therapeutic implications of ketone bodies: the effects of ketone bodies in pathological conditions: ketosis, ketogenic diet, redox states, insulin resistance, and mitochondrial metabolism. Prostaglandins Leukot Essent Fatty Acids. 2004, 70:309-19.

Epilessia a esordio parziale refrattaria, risultati positivi in fase 2 per ganaxolone in add-on

In uno studio di fase 2, i cui risultati sono stati pubblicati online su “Epilepsia”, ganaxolone alla dose di 1.500 mg/die come terapia add-on in soggetti adulti con epilessia a esordio parziale (POS) non controllata, ha ridotto la frequenza degli attacchi ed è risultato generalmente sicuro e ben tollerato. Questi dati inducono a continuare lo sviluppo di ganaxolone per i pazienti adulti con crisi parziali refrattarie.

«Ganaxolone, analogo sintetico 3-beta-metilato del neurosteroide allopregnanolone, ha un nuovo meccanismo d’azione antiepilettica e merita di essere studiato come trattamento per le crisi epilettiche» sostiene Michael R. Spering, docente di Neurologia alla Thomas Jefferson University di Philadelphia e primo autore della ricerca.

«Ganaxolone si lega ai recettori dell’acido gamma-aminobutirrico (GABA)A sia sinaptici sia extrasinaptici e agisce con maggiore potenza ed efficacia sui recettori GABA-A contenenti subunità delta, potenziando l’inibizione sia tonica sia fasica» sottolinea Spering.

In ciò si differenzia dalle benzodiazepine che si legano solo ai recettori GABA-A sinaptici e non sono sensibili alle subunità delta. Inoltre, «ganaxolone, come l’allopregnanolone, agisce sui recettori GABA-A ma non attiva i “classici” recettori nucleari del progesterone» aggiunge il neurologo.

Alla prova una nuova formulazione più biodisponibile
I primi studi clinici sia in monoterapia sia in terapia di combinazione con altri farmaci antiepilettici (AED) in adulti e bambini affetti da epilessia refrattaria al trattamento hanno dimostrato l’attività antiepilettica di ganaxolone con un profilo di tollerabilità accettabile. «Tuttavia, la formulazione precedente aveva una bassa biodisponibilità orale (ridotta fino a 15 volte) e il suo assorbimento risentiva dell’assunzione di cibo» afferma Spering.

Pertanto, spiega, «il presente studio di fase 2 ha valutato sicurezza, tollerabilità ed efficacia di ganaxolone come add-on alla terapia in adulti con POS non controllata dal regime di trattamento in corso (considerando fino a tre AED concomitanti) utilizzando una nuova formulazione di ganaxolone con migliore assorbimento e biodisponibilità dopo somministrazione orale».

Il disegno dello studio
A tale scopo sono stati arruolati in uno studio multicentrico, in doppio cieco, controllato con placebo soggetti adulti di età compresa tra i 18 e i 69 anni, refrattari ad AED convenzionali.

Dopo un periodo basale di 8 settimane, i partecipanti sono stati randomizzati in proporzione 2: 1 a ganaxolone 1.500 mg/die o placebo per un periodo di trattamento di 10 settimane (2 settimane di titolazione obbligata e 8 settimane di mantenimento) seguito da riduzione della dose o inserimento in uno studio di estensione in aperto.

L’endpoint primario era la frequenza media di crisi settimanali. Gli endpoint secondari includevano la percentuale di pazienti con riduzione della frequenza delle crisi pari o superiore al 50% (tasso di risposta), la variazione percentuale della frequenza media delle crisi settimanali, i giorni liberi da crisi e la qualità della vita.

Le valutazioni di sicurezza e tollerabilità comprendevano gli eventi avversi (EA), l’interruzione del trattamento e valutazioni cliniche di laboratorio. Le analisi di efficacia sono state eseguite sulla popolazione considerata ‘intent-to-treat’.

Convincenti gli outcomes rispetto al basale
Su un totale di 147 pazienti randomizzati (98 a ganaxolone, 49 a placebo), 131 hanno completato lo studio; il 95% dei partecipanti è stato titolato fino a 1.500 mg/die e il 78% ha mantenuto questa dose.

Rispetto al basale, la frequenza media di crisi settimanali è diminuita con ganaxolone (6,5-5,2) rispetto al placebo (9,2-10,8), con un decremento dell’11,4% rispetto al placebo (p = 0,0489 all’analisi della covarianza [ANCOVA]). La variazione percentuale media rispetto al basale si è attestata a -17,6% con ganaxolone rispetto a 2,0% con placebo (p = 0,0144 al test di Kruskal-Wallis). I tassi di risposta sono stati del 24% con ganaxolone contro il 15% con il placebo (p = 0,19).

La sospensione del trattamento a causa di EA è stata simile con ganaxolone (7,1%) e placebo (6,1%). Gli EA più comuni sono stati di intensità da lieve a moderata e hanno incluso capogiri (16,3% vs 8,2%), fatigue (16,3% vs 8,2%) e sonnolenza (13,3% vs 2,0%).

«In questa coorte con POS resistente al trattamento, la terapia con questa nuova formulazione di ganaxolone alla dose di 1500 mg/die ha determinato una significativa riduzione della frequenza media di crisi settimanali rispetto al placebo nel periodo di titolazione e mantenimento di 10 settimane» conclude Spering.

http://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-a-esordio-parziale-refrattaria-risultati-positivi-in-fase-2-per-ganaxolone-in-add-on-23669

Bibliografia:
Sperling MR, Klein P, Tsai J. Randomized, double-blind, placebo-controlled phase 2 study of ganaxolone as add-on therapy in adults with uncontrolled partial-onset seizures. Epilepsia, 2017 Feb 3. [Epub ahead of print]

Lennox-Gastaut, per rufinamide risulta ottimale una dose più bassa e una titolazione più lenta

In pazienti affetti da sindrome di Lennox-Gastaut (LGS) trattati con rufinamide, una dose più bassa e uno schema di titolazione più lento (“low and slow”) possono ridurre l’incidenza di eventi avversi (AE) senza compromettere l’efficacia del farmaco. Lo dimostra un’analisi – pubblicata on-line su “Seizure” – di dati provenienti da studi di fase III e dall’esperienza del mondo reale.

«La LGS è una delle forme più gravi di epilessia a esordio infantile, che rappresenta circa dall’1 al 4% di tutti i casi di epilessia dell’infanzia, con un picco di insorgenza che si verifica tra i 3 e i 5 anni di età» ricordano gli autori, guidati da Sanjeev Kothare, del Comprehensive Epilepsy Center, Dipartimento di Neurologia del New York University Langone Medical Center.

«La condizione è caratterizzata da una triade di sintomi, tra cui una compromissione delle funzioni cognitive, complessi punta-onda lente all’elettroencefalografia (EEG) e molteplici tipi di crisi che ne rende particolarmente difficile il controllo» aggiungono. «In questi pazienti, nel tentativo di raggiungere il controllo delle crisi, sono stati comunemente usati combinazioni di farmaci antiepilettici (AED)».

Più efficacia ma più effetti collaterali con alte concentrazioni del farmaco
La rufinamide, un derivato triazolico strutturalmente dissimile da altri AED, è indicata per il trattamento in add-on delle crisi epilettiche associate alla LGS in pazienti pediatrici di almeno un anno di età e negli adulti.

«Le analisi disponibili di farmacocinetica e farmacodinamica hanno dimostrato una correlazione positiva tra le concentrazioni plasmatiche di rufinamide e un migliore controllo delle crisi, anche se gli AE sono più probabili nei soggetti con concentrazioni plasmatiche di rufinamide più elevate» specificano gli autori.

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) raccomanda una dose iniziale di 200 mg al giorno nei bambini di età pari o superiore a 4 anni e di peso inferiore a 30 kg che non assumono valproato (farmaco che interagisce con rufinamide determinandone una consistente riduzione della clearance); la dose può essere aumentata a 200 mg/die ogni 2 giorni, fino a una dose massima di 1.000 mg/die.

Il confronto fra trial clinici randomizzati controllati e il mondo reale
«L’efficacia di rufinamide nella LGS è stata dimostrata in un trial di Fase III in doppio cieco, controllato con placebo e nella sua estensione in aperto (OLE). È stato anche descritto l’uso di rufinamide per il trattamento di pazienti affetti da LGS nella pratica clinica, fornendo dati aggiuntivi su schemi posologici più flessibili e sugli outcomes» scrivono Kothare e colleghi.

«Nella pratica clinica il dosaggio e la titolazione di rufinamide possono differire dall’impostazione dei trial» sottolineano. Per questo motivo «in questa analisi i dati degli studi clinici di rufinamide sono stati confrontati con l’esperienza del mondo reale allo scopo di fornire un approfondimento circa le strategie ottimali di dosaggio e titolazione».

In particolare «sono stati esaminati lo studio di fase III con rufinamide e la sua estensione in aperto (OLE) e si è analizzato l’effetto della titolazione e della dose sugli AE e sull’uso di AED concomitanti» spiegano gli autori. «Tramite ricerca su PubMed sono stati poi identificati studi ‘real life’ con rufinamide nella LGS. Da queste fonti sono stati quindi estratti i dati clinici, messi a confronto tra loro».

I risultati hanno dimostrato che un programma di titolazione rapida (7 o 14 giorni) della rufinamide era tollerabile per la maggior parte dei pazienti, portando a una riduzione altamente significativa di convulsioni totali e tonico-atoniche, con efficacia e tollerabilità sostenute su un periodo di tre anni.

Gli AE più comuni durante la studio di fase III – sonnolenza, vomito, piressia – si sono manifestati durante le prime tre settimane di trattamento e un piccolo sottogruppo di pazienti è stato in grado di raggiungere la dose target in quel lasso di tempo. «L’uso di AED concomitanti» rilevano peraltro i ricercatori «ha avuto un effetto clinicamente significativo sulle concentrazioni plasmatiche di rufinamide».

«I dati provenienti da studi clinici reali sono in linea con i risultati dello studio di fase III e OLE» osservano. «Tuttavia, rispetto a quelli utilizzati negli studi clinici, nel setting del mondo reale erano comunemente impiegati dosi più basse e programmi di titolazione più lenti».

Indicazioni pratiche: strategia “low and slow”
«Poiché la maggior parte dei nuovi farmaci vengono dosati a livelli più alti con una titolazione più veloce durante lo sviluppo clinico rispetto a ciò che viene effettato nel mondo reale, “iniziare basso e andare piano” è diventato un normale adattamento della clinica» afferma il team di Kothare che, sulla base di quanto emerso dall’analisi, offre le seguenti indicazioni.

Si consiglia di cominciare con una dose di rufinamide di 5-10 mg/kg/die. Dopo 1-3 giorni di trattamento la dose può essere aumentata a 15-20 mg/kg/giorno. A quel punto i clinici devono valutare la risposta del paziente al trattamento, e se non si osserva alcuna risposta clinica la dose di rufinamide non deve essere ulteriormente intensificata.

La dose massima che deve essere somministrata è di 40-50 mg/kg/giorno, e questa non deve essere superata in assenza di una risposta adeguata. L’aggiustamento della dose nei bambini piccoli che sono contemporaneamente in trattamento con rufinamide e valproato deve essere calibrata in base al fenomeno di interazione farmacologica sopra descritto.

«Sulla base dei dati di outcomes degli studi clinici, oltre ai dati del mondo reale, il trattamento con rufinamide è efficace, mostrando una riduzione di almeno il 50% della frequenza delle crisi, e sicuro» ribadiscono gli autori.

«Gli AE più comuni in genere si verificano entro le prime settimane dall’inizio del trattamento ma una titolazione più lenta, come dimostrato in numerosi studi retrospettivi e prospettici, dovrebbe tradursi in una minore incidenza degli AE stessi» affermano.

«Considerando questo profilo di sicurezza favorevole» concludono «può essere preferibile prendere in considerazione il trattamento con rufinamide prima di iniziare quello con AED come felbamato [efficace ma con AE potenzialmente pericolosi] in pazienti con crisi epilettiche refrattarie associate a LGS».

Kothare S, Kluger G, Sachdeo R, et al. Dosing Considerations for Rufinamide in Patients With Lennox-Gastaut Syndrome: Phase III Trial Results and Real-World Clinical Data. Seizure, 2017 Feb 16. [Epub ahead of print]

Lacosamide candidata come monoterapia di prima linea in pazienti adulti con epilessia di nuova diagnosi

Secondo uno studio pubblicato online su “Lancet Neurology”, il trattamento con lacosamide ha soddisfatto i criteri predefiniti di non inferiorità se posta a confronto con carbamazepina a rilascio controllato (carbamazepina-CR). Pertanto, secondo gli autori, lacosamide potrebbe essere utile come monoterapia di prima linea per i pazienti adulti con epilessia di nuova diagnosi.

«Sono necessarie ulteriori opzioni in monoterapia per trattare l'epilessia di nuova diagnosi nei soggetti adulti» affermano gli autori, coordinati da Michel Baulac, del Dipartimento di Neurologia dell’Hôpital de la Pitié-Salpêtrière di Parigi. «La selezione del primo farmaco antiepilettico è una delle decisioni più importanti per i pazienti con malattia di nuova diagnosi» sottolineano gli autori. «Dobbiamo scegliere un agente che sia insieme efficace, con buona tollerabilità, basso potenziale di interazioni farmacologiche, adattabile al profilo del paziente e alle sue comorbilità, in modo che si possa somministrare per molto tempo».

«L'epilessia è una malattia complessa multifattoriale e non tutti i pazienti risponderanno alle opzioni attualmente disponibili» proseguono. «Abbiamo pertanto valutato l'efficacia, la sicurezza e la tollerabilità di lacosamide come opzione in monoterapia di prima linea in questa popolazione di pazienti».

Il disegno dello studio a titolazioni progressive e periodi di stabilizzazione
In questo trial di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, di non-inferiorità, pazienti provenienti da 185 centri di epilettologia o neurologia generale in Europa, Nord America e nella regione Asia-Pacifico, di età compresa =/> 16 anni e con epilessia di nuova diagnosi sono stati assegnati in modo randomizzato in rapporto 1: 1, tramite un codice generato via computer, a ricevere una monoterapia di lacosamide o carbamazepina-CR due volte al giorno.

I pazienti, ricercatori e il personale addetto alla sperimentazione erano ciechi rispetto all’assegnazione del trattamento. Da dosi iniziali di 100 mg/die di lacosamide o 200 mg/die di carbamazepina-CR, la titolazione al primo livello target di 200 mg/die e 400 mg/die, rispettivamente, ha avuto luogo nel giro di 2 settimane.

Dopo un periodo di stabilizzazione di 1 settimana, i pazienti sono entrati in un periodo di valutazione di 6 mesi. Se si verificava una crisi, la dose veniva titolata al successivo livello target (400 o 600 mg/die per lacosamide e 800 o 1.200 mg/die per carbamazepina-CR) lungo 2 settimane con un periodo di stabilizzazione di 1 settimana: poi il periodo di valutazione di 6 mesi ricominciava.

I pazienti che hanno completavano 6 mesi di trattamento ed erano rimasti liberi da crisi entravano in un periodo di mantenimento di 6 mesi con la stessa dose. L'outcome primario di efficacia era la quota di pazienti rimasti liberi da crisi epilettiche per 6 mesi consecutivi dopo la stabilizzazione all'ultima dose stabilita. I criteri di non inferiorità predefiniti erano una differenza assoluta del -12% e relativa del -20% tra i gruppi di trattamento.

L’analisi dei dati e i risultati
Il trial è stato condotto tra l’aprile del 2011 e l’agosto del 2015. Sono stati assegnati in modo casuale al trattamento un totale di 888 pazienti: 444 pazienti trattati con lacosamide e 442 con carbamazepina-CR sono stati inclusi nel set di analisi completa (coloro che avevano assunto almeno una dose del trattamento in studio), e 408 e 397 soggetti, rispettivamente, sono stati inclusi nel set per-protocol.

Nel set completo di analisi, 327 (74%) pazienti del gruppo lacosamide e 308 (70%) del gruppo carbamazepina-CR hanno completato 6 mesi di trattamento, senza convulsioni. La percentuale di pazienti nel set di analisi completo prevista a 6 mesi senza crisi secondo il metodo di Kaplan-Meier è stata del 90% in chi assumeva lacosamide e del 91% in chi assumeva carbamazepina-CR (differenza assoluta per trattamento: -1,3%; differenza relativa di trattamento: -6,0%). I risultati delle stime di Kaplan-Meier sono stati simili nel set per-protocol (92% e 93%; -1,3% e -5,7%).

Eventi avversi emergenti dal trattamento sono stati riportati in 328 (74%) pazienti trattati con lacosamide e 332 (75%) trattati con carbamazepina-CR. Il profilo degli eventi avversi (AE) è stato paragonabile a quello osservato nei precedenti studi lacosamide, tra cui vertigini, mal di testa, affaticamento, sonnolenza e nausea. In 32 (7%) pazienti trattati con lacosamide e 43 (10%) con carbamazepina-CR si sono rilevati severi eventi avversi emergenti dal trattamento e 47 (11%) e 69 (16%) arruolati, rispettivamente, hanno avuto eventi avversi emergenti che hanno portato alla sospensione del trattamento.

Lacosamide è stato approvata come terapia aggiuntiva per il trattamento delle crisi epilettiche parziali negli adulti con epilessia (età =/> 17 anni negli Stati Uniti, età =/> 16 anni nella UE) e negli USA anche in monoterapia. Nella UE lacosamide non è attualmente approvata per uso come monoterapia. All'inizio di quest'anno, UCB ha presentato i dati all'Agenzia europea per i medicinali (EMA) per estendere l'autorizzazione all'immissione in commercio di lacosamide con l’inclusione della monoterapia, sostenendo ulteriormente l'efficacia e la sicurezza di questo trattamento.

Giorgio Ottone

Baulac M, Rosenow F, Toledo M, et al. Efficacy, safety, and tolerability of lacosamide monotherapy versus controlled-release carbamazepine in patients with newly diagnosed epilepsy: a phase 3, randomised, double-blind, non-inferiority trial. Lancet Neurology, 2016 Nov 23. [Epub ahead of print]

Epilessia, solo un bambino su tre risponde bene alle cure.

Discriminati e con pochi amici, perché ancora oggi il pregiudizio nei confronti dell’epilessia è grande. I bambini e gli adolescenti italiani che devono affrontare il cosiddetto ‘piccolo e grande male’ sopportano molte difficoltà a partire dalla terapia, che fila liscia solo in un caso su tre e spesso deve essere modificata per gestire meglio gli effetti collaterali, fino ad arrivare alla vita sociale, piena e appagante senza alcun ostacolo soltanto per uno su dieci.

Lo dimostrano i dati di un'indagine dell’ Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss, paidoss.it) presentata in occasione del 3° Forum Internazionale della Società Italiana Medici Pediatri, a Stresa dal 27 al 29 ottobre, secondo cui il 53 % dei genitori di piccoli epilettici teme un futuro di solitudine per i propri figli e appena uno su sei non ha pensieri riguardo al futuro.

L'indagine, condotta da Datanalysis intervistando 400 genitori di bambini e adolescenti malati di epilessia, è stata promossa da Paidòss per capire l’atteggiamento di mamme e papà nei confronti della malattia ma soprattutto per fare luce sulla vita di questi giovanissimi: in Italia ci sono circa 500 mila pazienti epilettici che crescono al ritmo di 32 mila nuove diagnosi l’anno, ma nel 60% dei casi la patologia si manifesta nell’infanzia.

“I dati raccolti confermano che in un caso su due la malattia è comparsa fra i 5 e i 14 anni, spesso con un episodio di convulsioni motorie improvviso e inatteso – spiega Giuseppe Mele, pediatra e presidente di Paidòss –. Si tratta di un’età difficile in cui affrontare una patologia che ancora troppi non conoscono e quindi temono: i pregiudizi sono tanti e i genitori li percepiscono nella vita quotidiana dei propri figli, a scuola e nello sport. Nel 57% dei casi l’integrazione scolastica è inadeguata per la mancanza di utili supporti e la percentuale sale al 63% al Sud e nelle isole: i bambini vengono ghettizzati e pochi, pochissimi hanno una vita sociale normale.

Solo il 12% dei piccoli ha molti amici, è ben integrato e non è vittima di pregiudizi, ma tutto ciò può compromettere il benessere di questi pazienti per lungo tempo a venire: non sentirsi accettati dagli altri, passare le proprie giornate in solitudine e magari non praticare uno sport perché allenatori e compagni di squadra temono di non riuscire a gestire eventuali crisi sono tutti elementi che minano la serenità in un periodo della crescita fondamentale per costruire la propria autostima e i propri modelli di comportamento sociale. Per fortuna il 53% dei piccoli pazienti è riuscito a crearsi un gruppo di amici selezionati con i quali si sente bene, ma sono ancora troppi i bambini e gli adolescenti malati esclusi a torto da una normale vita sociale: con l’epilessia si può convivere, le terapie sono efficaci e basta sapere come intervenire in caso di crisi per non correre rischi”.

La terapia tuttavia scorre senza problemi solo per un piccolo paziente su tre: il 35% manifesta effetti collaterali e il 25% deve cambiare regime di cura per gestire al meglio i sintomi.

“I trattamenti funzionano – prosegue Mele – ma i genitori percepiscono la ‘pesantezza’ di terapie lunghe e complesse e soprattutto sono molto sensibili di fronte ai possibili effetti collaterali, che non sono frequentissimi ma certo possono avere un impatto sulla qualità di vita dei bambini. I genitori mettono tutto il loro impegno alla ricerca di una normalità che la malattia e la sua terapia possono rendere un obiettivo difficile, e in questa sfida ritengono il pediatra di famiglia il più vicino e presente alleato: nel 56% dei casi il pediatra è stato il primo a fare la diagnosi e ad attivarsi per le successive terapie, soltanto il 27% ha demandato tutta la gestione allo specialista. Il pediatra è anche la fonte principale per informarsi sulla malattia secondo il 45% dei genitori, che anche se frequentano i social network per scambiare esperienze con altre famiglie ritengono il loro pediatra un punto di riferimento essenziale a cui rivolgersi per sapere tutto ciò di cui hanno bisogno; solo uno su cinque fa affidamento soprattutto su internet per informarsi.

Il pediatra può essere perciò il migliore alleato per la gestione della malattia, anche per alleviare le preoccupazioni per il futuro: anche se un genitore su tre nonostante le difficoltà spera in un cambiamento positivo con la crescita, l’84% è preoccupato perché pensa che per il proprio figlio ci sarà di fatto un futuro di solitudine, ostacoli e maggiori difficoltà per una reale integrazione. Un’alleanza stretta fra famiglia e medico può essere la chiave per superare paure e difficoltà, in una malattia che può essere gestita soprattutto se riusciremo finalmente a eliminare lo stigma che la contraddistingue nella società, facendo capire a tutti che questi bambini e ragazzi possono e devono avere una vita normale”.

Emicrania resistente al trattamento, più giorni al mese senza dolore con galcanezumab

Nei pazienti con emicrania resistente al trattamento che avevano anche altri disturbi del dolore, l’anticorpo monoclonale …

Ictus, trombolisi efficace fino a 9 ore dopo l’esordio nei pazienti con evidenza di penombra ischemica

Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto dagli studi EXTEND ed EPITHET – i cui risultati cono stati pubblicati …

Cosa succede alle persone colpite da ictus o da altre malattie neurologiche durante questa nuova fase di emergenza Covid-19?

Una corsa contro il tempo per aumentare, ancora una volta, la disponibilità dei posti letto per le persone colpite da infezione …