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Emicrania in gravidanza, verificata la sostanziale sicurezza dei triptani per il nascituro

Una nuova ricerca, pubblicata online su “Cephalalgia”, evidenzia che i triptani – farmaci impiegati per il trattamento dell’emicrania – usati durante la gravidanza sembrano non avere effetti teratogeni importanti.

«I nostri risultati supportano l’evidenza che i triptani non sono teratogeni maggiori: quando sono fortemente necessari durante la gravidanza, sumatriptan – quale triptano meglio studiato – risulta un’accettabile opzione di trattamento» scrivono gli autori, coordinati da Christof Schaefer, del Pharmakovigilanzzentrum Embryonaltoxikologie presso la Charité Universitätsmedizin di Berlino.

In passato erano stati pubblicati lavori dagli esiti contraddittori che sembravano suggerire che i triptani potessero determinare basso peso alla nascita, aborti spontaneo e parti pretermine, ma in questo studio prospettico non risulta nulla di tutto ciò.

«L’uso di farmaci antiemicranici è comune nelle donne in età fertile e, in una percentuale che può giungere fino al 50% delle gravidanze, l’esposizione fetale non programmata e non intenzionale ai farmaci può essere frequente» osservano Schaefer e colleghi. «Peraltro, mancano prove sulla sicurezza dei triptani».

La maggior parte delle prove su questa classe di farmaci riguarda il sumatriptan, ma alcuni studi minori hanno suggerito un possibile collegamento con sporadici outcome avversi – tra i quali aborto spontaneo, parto prematuro e basso peso alla nascita – che coinvolgono l’eletriptan e il frovatriptan, spiegano gli autori.

Confronto tra gravide senza emicrania e con emicrania esposte o non esposte ai triptani
Per questo studio prospettico osservazionale, 432 donne incinte che erano state arruolate nel sistema tedesco Embryotox ed erano state esposte ai triptani sono state paragonate a coorti di confronto di donne gravide senza disturbi emicranici (n = 1.733) e donne in gravidanza con disturbi di emicrania che non assumevano triptani (n = 475).

Dopo aggiustamento per fattori quali età materna, indice di massa corporea, abitudine al fumo, consumo di alcol, il numero di precedenti aborti e parità, precedenti e numero di pregressi bambini con difetti alla nasciti, i risultati hanno dimostrato che le donne trattate con triptani non hanno avuto aumenti significativi degli outcome, compresi i tassi di difetti maggiori alla nascita (odds ratio [OR], 0,84, intervallo di confidenza al 95% [IC 95%I], 0,4-1,9), aborti spontanei (OR, 1,20, IC 95%, 0,9-1,7), parto pretermine (OR, 1,01 IC 95%, 0,7-1,5) o preeclampsia (OR 1,33; IC 95% 0,7-2,5).

Il triptano più comunemente usato era il sumatriptan (n = 253), seguito da zolmitriptan (n = 75) e darizatriptan (n = 65). I più alti tassi di difetti alla nascita sono stati calcolati per eletriptan (5,6%) e frovatriptan (5,3%), ma erano basati su un solo caso di difetti alla nascita ciascuno.

Su 9 principali difetti alla nascita complessivi nella coorte esposta a triptani, due bambini erano stati co-esposti a noti teratogeni, tra cui carbamazepina e isotretinoina. Gli autori fanno notare che 3 dei 9 difetti maggiori alla nascita erano difetti degli arti, con una prevalenza dello 0,8% rispetto ai tassi di prevalenza più bassi nelle coorti di confronto (0,5% e 0,3%); tuttavia, sostengono, a causa del numero limitato di casi (n = 3), il risultato poteva essere dovuto al caso.

La maggior parte delle donne che hanno assunto triptani in gravidanza (75,2%) sono state esposte durante il primo trimestre, periodo in cui i feti sono particolarmente vulnerabili alla tossicità del farmaco. Pochissimi (2,3%) hanno avuto un’esposizione totale di oltre 50 giorni.

Mentre gli odds ratio suggeriscono effetti teratogeni dei farmaci, gli autori raccomandano precauzioni con alcuni triptani in gravidanza. «Un’ecografia fetale dettagliata dovrebbe essere offerta nei casi di esposizione del primo trimestre ai triptani meno studiati» consigliano.

«Nel complesso» è la conclusione, questi risultati rappresentano «una buona notizia per le donne che hanno bisogno di curare l’emicrania grave durante la gravidanza».

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/emicrania-in-gravidanza-verificata-la-sostanziale-sicurezza-dei-triptani-per-il-nascituro-25390

Epilessia in gravidanza. I rischi derivano dalla malattia, non dagli antiepilettici

L’epilessia materna è associata ad aumentati rischi di esiti avversi in gravidanza e perinatali, anche se l’uso di farmaci antiepilettici (AED) durante la gestazione non sembra aumentare tali rischi. Lo suggerisce un recente studio pubblicato online su “JAMA Neurology”.

«In generale i nostri risultati forniscono rassicurazione alle donne con epilessia sul fatto che l’uso di AED durante la gravidanza non è generalmente associato a esiti avveri materni e feto/neonatali, anche se è importante essere consapevoli che gli AED differiscono nel loro potenziale teratogeno» specificano gli autori dello studio, guidati da Neda Razaz, dell’Unità di Epidemiologia Clinica dell’Istituto Karolinska di Stoccolma (Svezia).

Tuttavia, precisano, una diagnosi di epilessia continua a «comportare un moderato aumento del rischio di outcomes avversi di gravidanza, nel parto e perinatali».

Nonostante gli studi sulle donne in gravidanza con epilessia si siano concentrati principalmente sulle associazioni tra uso materno di AED e malformazioni congenite e sviluppo cognitivo della prole, «la complicanze in gravidanza e perinatali tra le donne con epilessia possono estendersi oltre l’effetto del trattamento con AED» spiegano Razaz e colleghi. «La mortalità materna è risultata essere 10 volte superiore nelle donne con epilessia rispetto a quelle senza il disturbo».

Studio retrospettivo di coorte su un totale di quasi un milione e mezzo di gestazioni
Allo scopo di indagare la problematica, i ricercatori hanno condotto uno studio retrospettivo di coorte a livello nazionale su tutte le nascite singole (a 22 o più settimane di gestazione completa) in Svezia dal 1997 al 2011 (1). Il campione finale comprendeva oltre 1,4 milioni di gravidanze di quasi 870.000 madri senza epilessia e 5.373 gravidanze di 3.586 madri con epilessia.

«Dopo aggiustamento per fattori quali l’età materna, l’indice di massa corporea in gravidanza iniziale, il fumo e alcune condizioni pregestazionali (diabete, ipertensione e disturbi psichiatrici), le gravidanze delle donne con epilessia sono risultate associate ad aumentati rischi di esiti avversi di gravidanza e perinatali rispetto alle gravidanze delle donne senza epilessia» riportano gli autori.

L’aumento dei rischi nelle donne con epilessia ha incluso preeclampsia (rapporto di rischio aggiustato [aRR] 1,24), infezione materna (aRR 1,85), rottura placentare (aRR 1,68), induzione di travaglio (aRR 1,31) e parto cesareo di emergenza (aRR 1,09).

I rischi nella prole delle donne con epilessia hanno incluso la maggiore probabilità di nati morti (aRR 1,55), nascita pretermine spontanea o su indicazione medica (aRR rispettivamente 1,24 e 1,34), piccola dimensione per l’età gestazionale alla nascita (aRR 1,25), infezioni neonatali ARR (1,42), malformazioni congenite maggiori o di qualsiasi tipo (rispettivamente aRR 1,61 e 1,48), complicazioni con asfissia (aRR 1,75), indice di Apgar di 4-6 o 0-3 a cinque minuti (aRR 1,34 e 2,42, rispettivamente), ipoglicemia neonatale (aRR 1,53) e sindrome da distress respiratorio (aRR 1,48).

Le informazioni sull’esposizione a AED sono state disponibili per i figli nati dal luglio 2005 al 2011, per un totale di 3.231 bambini di madri con epilessia, di cui circa il 42% sono stati esposti ai farmaci un mese prima o durante la gravidanza.

Risultati in controtendenza con gli studi precedenti
In contrasto con i risultati di studi precedenti, l’uso di AED durante la gestazione non ha aumentato significativamente i rischi di gravidanza e complicazioni perinatali, a eccezione di un tasso più elevato di induzione di travaglio (aRR 1,30).

«I nostri risultati rivelano che l’aumentato rischio di complicanze durante la gravidanza, il travaglio e il periodo neonatale potrebbero essere dovuti a fattori patologici legati all’epilessia come malattia cronica piuttosto che essere l’effetto di AED di per sé» dichiarano Razaz e colleghi. Tali fattori correlati all’epilessia possono derivare da molte comorbidità epilettiche, come i disturbi autoimmuni, aggiungono.

«Pertanto, le donne con epilessia non dovrebbero essere avvertite di interrompere il loro trattamento, se ciò è clinicamente indicato» raccomandano, facendo notare che è stato dimostrato come l’effetto di controllo delle crisi epilettiche degli AED controbilanci gli effetti negativi del loro impiego.

Alcuni limiti della ricerca
Pur essendo molto approfondito e completo, sono stati evidenziati alcuni limiti dello studio, come la mancanza – tipica dei grandi studi di popolazione – di informazioni dettagliate circa la diagnosi e altre condizioni mediche, per cui donne codificate come epilettiche potrebbero avere avuto crisi dovute ad altre malattie, rendendo difficile tradurre il rischio globale in un rischio individuale per le gestanti.

Occorrerebbe quindi una combinazione con studi prospettici più piccoli. In tal senso, dovrebbero essere presto disponibili i risultati dello studio MONEAD (2) patrocinato dai National Institutes of Health che si prevede forniscano una valutazione prospettica del rischio degli AED, prendendo in considerazione vari fattori di epilessia.

fonte: https://www.pharmastar.it/news/neuro/epilessia-in-gravidanza-i-rischi-derivano-dalla-malattia-non-dagli-antiepilettici-24577

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