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PET con florbetapir F-18 non sempre affidabile nella diagnosi di deterioramento cognitivo

La PET con florbetapir F-18 potrebbe influenzare la diagnosi e il trattamento farmacologico dei pazienti con deterioramento cognitivo. È quanto emerge da uno studio svizzero pubblicato da Jama Neurology.

Secondo i ricercatori, questo tipo di PET si è dimostrata un promettente marker patofisiologico per la diagnosi di malattia di Alzheimer, ma la sua utilità clinica rimane incerta. “Sebbene su otto pazienti affetti dalla patologia, sette risultino positivi alle scansioni, lo stesso fenomeno si osserva in circa un quarto degli anziani sani sottoposti a questo tipo di PET”, spiega Marina Boccardi dell’Università di Ginevra, autrice principale dello studio.

Lo studio

Il team svizzero ha quantificato l’effetto della PET con florbetapir F-18 sulla valutazione diagnostico-clinica routinaria in 228 individui tra i 58 e gli 85 anni, con anomalie cognitive. Risultati positivi all’esame erano più comuni tra le persone a cui era stato già diagnosticato l’Alzheimer, rispetto a quelle che avevano ricevuto diagnosi diverse. All’interno del campione, i ricercatori hanno osservato cambiamenti diagnostici nel 79% dei pazienti con una precedente diagnosi di Alzheimer e scansione negativa alla PET con florbetapir F-18 e nel 53% di quelli con altre diagnosi ma con una scansione positiva.

Risultati positivi a una PET con florbetapir F-18, hanno indotto il team a introdurre farmaci specifici per la cognizione nel 65,6% dei pazienti precedentemente non trattati, mentre risultati negativi lo hanno spinto a interrompere i farmaci nel 33,3% dei soggetti precedentemente trattati.

Le prospettive dello studio

“Gli studi in corso negli Stati Uniti e in Europa (Imaging Dementia-Evidence for Amyloid Scanning and Amyloid Imaging to Prevent Alzheimer’s Disease) stanno estendendo queste osservazioni su una scala più ampia e lanciando valutazioni tecnologiche della salute che quantificheranno l’efficienza in termini di costi della PET con florbetapir F-18 nella routine clinica”, osservano i ricercatori nell’editoriale che ha accompagnato la pubblicazione dello studio. “Gli sforzi futuri dovranno concentrarsi sul confronto diretto tra la PET con florbetapir F-18 e altri biomarcatori (soprattutto il fluido cerebrospinale) per definire algoritmi diagnostici e linee guida”.

Richard J. Caselli, della Mayo Clinic Arizona di Scottsdale, coautore dell’editoriale, ha osservato come “i medici dovrebbero valutare biomarcatori specifici per patologia. Ciò che conta è diagnosticare innanzitutto se la sindrome da demenza di un paziente è il segno di una malattia reversibile, come per esempio un’encefalopatia autoimmune cronica, o irreversibile. La gestione dei sintomi per garantire la migliore qualità della vita possibile è l’obiettivo del trattamento. Una persona potrebbe avere una PET con florbetapir F-18 positiva e presentare, allo stesso tempo, un ictus, un tumore al cervello o un’infezione del sistema nervoso centrale. Questa sono gli aspetti clinici più importanti da accertare. La gestione dei sintomi è il miglior compromesso che possiamo fare solo quando non possiamo risolvere la causa di fondo”.

Per Benjamin M. Kandel della University of Pennsylvania di Philadelphia, studioso dei biomarcatori della Malattia di Alzheimer, è necessario valutare queste evidenze all’interno di un follow up longitudinale. “Senza un ulteriore follow-up longitudinale”, ha dichiarato Kandel, “è difficile affermare se sia opportuno o meno inserire le scansioni per beta-amiloide nella pratica clinica standard”.

Bibliografia

Assessment of the Incremental Diagnostic Value of Florbetapir F 18 Imaging in Patients With Cognitive Impairment – The Incremental Diagnostic Value of Amyloid PET With [18F]-Florbetapir (INDIA-FBP) Study, Jama Neurology, 31 ottobre 2016

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