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Il rischio di ictus non aumenta con un abbassamento intensivo della pressione sistolica

L’abbassamento intensivo della pressione arteriosa sistolica (SBP) a livelli inferiori a 120 mmHg non aumenta il rischio di ictus, anche con una bassa pressione arteriosa media (MAP). Lo dimostra una nuova ricerca presentata a San Diego (USA), nel corso dell’ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association.

«I nostri risultati suggeriscono che i medici possono ridurre con sicurezza la SBP quando trattano i pazienti con ipertensione, senza preoccuparsi di causare inavvertitamente un ictus a causa di un’ipoperfusione cerebrale dovuta a un’eccesiva riduzione della SBP stessa» affermano gli autori, capitanati da Jack Tsao, dell’University of Tennessee Health Science Center.

Le evidenze dello studio SPRINT
Mentre le raccomandazioni cliniche richiedono tipicamente target di SBP inferiori a 140 mmHg nella prevenzione di eventi ictali e cardiovascolari (CV), nello studio SPRINT (Systolic Blood Pressure Intervention Trial) è stato dimostrato che sforzi intensivi per raggiungere obiettivi inferiori, sotto i 120 mmHg, riducono ulteriormente gli eventi CV fatali e la mortalità.

Tuttavia, i pazienti che hanno ottenuto una SBP inferiore a 120 mmHg nello studio hanno mostrato tassi più elevati di ipotensione, che avrebbero potuto portare alla diminuzione della pressione di perfusione cerebrale e a un aumento del rischio di ictus, osservano gli autori.

Per valutare meglio gli effetti di una SBP più bassa sul rischio di ictus, Tsao e colleghi hanno ulteriormente valutato i dati relativi a 8.844 partecipanti allo studio SPRINT, determinando la MAP e la pressione di polso (PP) dalle misure di SBP e di pressione arteriosa diastolica del paziente.

I risultati della nuova analisi e il key message
Per l’analisi sono state utilizzate le MAP e le PP più basse dei pazienti nel periodo di follow-up. Durante un follow-up mediano di 3,26 anni, sono stati 132 casi di ictus (1,49%) e 187 casi di sincope (2,1%). La MAP media minima era di 78,21 mmHg e la PP media minima era di 45,10 mm Hg. Mentre la MAP e la PP più basse sono state associate a un aumento del rischio di ipotensione e sincope, nessuna delle due è stata collegata a un aumentato rischio di ictus.

Il rischio di ictus è aumentato costantemente di circa il 31% per ogni incremento di 5 mmHg della MAP (rapporto di rischio corretto [HR]: 1,31) e di circa il 30% per ogni incremento di 5 mmHg della PP (HR: 1,30). Allo stesso modo, il rischio di sincope è aumentato del 39% per ogni incremento di 5 mmHg della MAP (HR: 1,14) e del 14% per ogni incremento di 5 mmHg della PP (HR: 1,14).

«Pensavamo che avremmo visto un aumento del rischio di ictus con una MAP insufficiente, quindi siamo stati veramente felici di scoprire che la nostra ipotesi primaria – cioè che ci sarebbe un rischio aumentato di ictus – non è stata confermata» hanno detto Tsao e colleghi.

«Il key message per i clinici e per i pazienti è che ridurre la SBP usando farmaci nel quadro di una diagnosi di ipertensione ridurrà il rischio di malattie CV, ictus e morte» ha aggiunto. «Il trattamento aggressivo per ottenere una SBP sotto i 120 mm Hg è un’azione positiva e non porterà a un aumento del rischio di danno da ictus per SBP troppo bassa» hanno ribadito.

Confermata la validità delle misurazioni effettuate
È stato inoltre sottolineato che le misure ricavate dallo studio SPRINT, sottoposte da qualcuno a critiche, erano effettivamente valide. «Abbiamo parlato con l’azienda che ha realizzato i monitor per lo studio SPRINT e abbiamo rilevato che la misura della SBP era un valore reale mentre la pressione arteriosa diastolica è stata derivata» hanno spiegato gli autori.

«Abbiamo anche scoperto che vi era una buona correlazione tra le misurazioni manuali della pressione arteriosa sistolica e diastolica e quella del sistema automatizzato, tali che le misurazioni della pressione sanguigna sistolica e diastolica del sistema utilizzato erano entro un range di 1 a 3 mm Hg, ben dentro un margine di variabilità accettabile» hanno proseguito.

«Quindi crediamo che il nostro approccio sia valido, che la pressione sanguigna automatizzata è l’approccio utilizzato dalla maggior parte dei centri medici e che qualsiasi terapia utilizza queste misurazioni per regolare la terapia nella pratica clinica» hanno detto gli autori.

Inoltre i risultati sono stati ulteriormente convalidati con dati aggiuntivi. «Anche con il piccolo margine di varianza, non abbiamo trovato un rischio maggiore di ictus alle misure di MAP più basse e ciò è stato convalidato con un secondo set di dati [che non è stato presentato] in cui la pressione del sangue è stata misurata manualmente».

Conformemente a dati precedenti – è stata la conclusione – lo studio indica che un tasso di eventi clinici di ictus, anche sotto una prospettiva teorica di ipoperfusione, non appare manifesto, e questo è rassicurante in termini di attuazione le linee guida relative a un controllo più stringente della pressione arteriosa

link: https://www.pharmastar.it/news/neuro/il-rischio-di-ictus-non-aumenta-con-un-abbassamento-intensivo-della-pressione-sistolica-25143

Riferimento bibliografico:
ANA 2017: 142nd Annual Meeting of the American Neurological Association. Abstract M150. October 2017.

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